Muravera.

Via Crucis in ospedale: «Salviamo la sanità nel Sarrabus-Gerrei» 

In processione al San Marcellino per chiederne il potenziamento  

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Muravera. Potrebbero non esserci più pazienti cui salvare la vita, perché in realtà è l’ospedale da sottrarre alla morte, dopo una lunga agonia. La Pasqua si avvicina, e il calvario iniziato da tempo decisamente non si allontana: il San Marcellino, per sei mesi l’anno ospedale del Sarrabus Gerrei e per gli altri sei anche dei turisti al ritmo di quattro milioni di presenze a stagione, non deve chiudere. Un’eventualità che di eventuale ha sempre meno, considerato che il taglio progressivo delle prestazioni non si è mai arrestato negli anni e che la gente teme la serrata definitiva dell’ospedale. Così, ieri sera il cortile del San Marcellino è diventato il Monte Calvario, e la processione il calvario: di Cristo, certo, ma anche della popolazione del Sarrabus Gerrei.

Sindaco-medico-paziente

La voce del dolore per una sanità pubblica smembrata pezzo per pezzo, oltre che della popolazione, è soprattutto quella del sindaco di Muravera. Salvatore Piu, che chiude fra due mesi l’esperienza amministrativa durata quindici anni, è stato ortopedico al San Marcellino oltre che al Marino di Cagliari e ora è un paziente tumorale: «Mi curo qui, nel nostro ospedale o quel che ne resta, in questo quadro di Sanità sarda in macerie. Seguo qui in paese la mamma di un bimbo di due anni nato con un’insufficienza cerebrale: non riesce a ottenere per il suo bambino un trattamento di logoterapia, in modo che possa imparare a parlare. Siamo a questo. Il dovere della sanità pubblica è fornire le prestazioni e, nei casi per cui non c’è più speranza, accompagnare il paziente, invece la politica sa solo e sempre tagliare. Che cosa rispondo a questa mamma? Che ho pietito favori senza ottenere risposte, pur sapendo che quello alla salute è un diritto? Per la politica, le cure sono ormai diventate un favore».

Gli amministratori

I diritti spariscono, e con loro la salute di una comunità. Sandro Porcu, sindaco di Villaputzu, sposa in pieno l’iniziativa del cappellano del San Marcellino: «Bisogna tenere i riflettori accesi sul nostro ospedale in abbandono, e sul commovente lavoro che gli operatori sanitari qui svolgono ogni giorno: malgrado tutto. L’ospedale è da potenziare, non da buttare via». Il primo cittadino di Castiadas, Eugenio Murgioni, è dello stesso parere: «Il San Marcellino è l’ospedale degli abitanti del Sarrabus Gerrei e anche del turismo: è scandaloso soffocarlo così, in una zona che fa qualche milione di presenze l’anno. La sua agonia, la paghiamo due volte e le soluzioni si sentono solo in campagna elettorale, ma poi nessuno ne parla più. È gravissimo».

La protesta

Nessun passo indietro nell’assistenza è tollerato dai cittadini, che ha sempre meno senso definire “assistiti” e sono coinvolti ogni giorno nella via crucis sanitaria non soltanto a Muravera, ma in tutta la zona. Quei cittadini erano presenti alla Via Crucis intesa come rito pasquale rappresentata ieri sera in un unificante calvario: quello vissuto dai sarrabesi scorreva parallelo alla rievocazione del calvario di Cristo che procede a fatica con la croce sulle spalle. L’idea di questa metafora è di don Pasquale Flore, cappellano dell’ospedale San Marcellino, che ha esaurito le parole di consolazione per chi “conta” su un ospedale sul quale la politica ha investito denaro: per poi svuotarlo. «La Via Crucis è e rimane il rito pasquale di chi ha fede in Dio», precisa don Flore, «ma quest’anno la leghiamo a quella dei malati, che invece si ripete ogni giorno».

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