Il conflitto

Diplomazia fra le bombe: nel Golfo 2.500 marines 

Trump: «Guerra già vinta». Poi frena e frusta la Nato 

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New York. La diplomazia è al lavoro per cercare di mettere fine al conflitto contro l’Iran, giunto ormai alla quarta settimana e di cui non si intravede al momento una fine. Teheran ha ringraziato il Pakistan per i suoi sforzi di mediazione, ammettendo così implicitamente l’esistenza di trattative per porre fine alla guerra. Un primo appuntamento è in calendario domani: i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto saranno a Islamabad per parlare del conflitto e gettare possibilmente le basi per un dialogo. «Ci saranno incontri in settimana», ha detto un fiducioso Steve Witkoff, il negoziatore americano.

Spiegamento di forze

Mentre si cerca faticosamente un’intesa, i combattimenti però proseguono. Il conflitto, ha assicurato il segretario di Stato Marco Rubio, finirà «nel giro di settimane, non di mesi»; gli obiettivi americani in Iran, aggiunge, possono essere raggiunti anche senza il dispiegamento di truppe a terra. Parole che al momento non confortano e sembrano contraddette dai fatti. Gli Stati Uniti di Donald Trump continuano infatti a rafforzare la presenza militare nell’area. Circa 2.500 marines della Uss Tripoli sono arrivati in Medio Oriente e, secondo indiscrezioni, anche la portaerei George H. W. Bush è diretta nella regione.

Il Pentagono sta valutando anche il dispiegamento di altri 10mila soldati nell’area, dove le truppe americane ammonterebbero a 17mila unità: non abbastanza per un’invasione, ma sufficiente per il sequestro di parte del territorio, mettere al sicuro l’uranio iraniano e prendere il controllo di una delle isole di Teheran. Lo schieramento imponente di forze offre a Trump un’ampia serie di opzioni qualora i negoziati non dovessero portare i risultati sperati. Il commander-in-chief ha messo chiaramente i suoi paletti: no all’uranio arricchito e no assoluto all’arma nucleare per l’Iran.

Sfuriate e contraddizioni

In attesa di capire se Teheran è pronta a concedere tutto quello che gli Stati Uniti chiedono, Trump affila le armi contro la Nato. Deluso e frustrato dall’alleanza, il presidente sta valutando come «punire» gli alleati della Nato per il rifiuto di unirsi alla guerra in difesa dello Stretto di Hormuz. Fra le ipotesi in considerazione ci sarebbe il ritiro delle truppe americane dalla Germania, idea che caldeggia da quando è rientrato alla Casa Bianca.

L’altra ritorsione sarebbe quella di escludere dal processo decisionale della Nato – anche in caso di ricorso all’ArticoloØ5 – i Paesi che non hanno centrato l’obiettivo di spesa del 5%. Impegnato dietro le quinte a valutare le prossime mosse, e il forte peso elettorale che potrebbero avere sul voto di novembre, il commander-in-chief continua intanto a inviare segnali pubblici contrastanti: da una parte ripete che la guerra è «vinta», dall’altra che ci vuole ancora un po’ di tempo e che ci sono ancora «migliaia» di obiettivi da colpire. «È quasi finita, ma non è finita», ha detto intervenendo a un forum di investimento legato al fondo sovrano dell’Arabia Saudita a Miami, dopo aver autorizzato di forza il pagamento degli agenti alla sicurezza negli aeroporti, vittime – a suo avviso – dello shutdown dei democratici. E proprio a Riad si è rivolto dal palco invitando l’Arabia ad aderire agli Accordi di Abramo per ridisegnare il Medio Oriente.

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