Teatro.

«Un posto al sole? La Sardegna» 

Riccardo Polizzy Carbonelli chiude il tour isolano stasera a Sanluri 

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Per il pubblico televisivo è e sarà sempre l’anima nera di “Un posto al sole” Roberto Ferri. Ma Riccardo Polizzy Carbonelli, è volto amato non solo del piccolo schermo ma anche del teatro. E in questi giorni il suo posto al sole è la Sardegna. Dopo le due date di Olbia e Macomer, oggi, a Sanluri, alle 20.30, l’attore con torna in scena per Cedac con “Un letto per due”.

Stasera ultima data in Sardegna.

«Il primo volo della mia vita è stato un Fiumicino-Cagliari nel 1988 con la compagnia di Gino Bramieri, l’aereo ballava e io credevo che sarei morto. Solo dal 2008 l’ho visitata da turista: ho conosciuto Villasimius, dove sono andato fino a qualche anno fa. Un luogo che io e mia moglie amiamo molto, d’altronde non a caso è il Golfo degli Angeli».

E ora come va?

«Sono 5 mesi che combatto con questo male di stagione che non se ne vuole andare, è stato un inverno umido e infinito… poi noi siamo abituati a lavorare senza microfono. Dovevo girare una scena sul set di “Un posto al sole” in cui ero arrabbiato e il produttore creativo era un po’ preoccupato. Gli ho detto “non ti preoccupare…”» .

D’altronde, viviamo un periodo che ci dà molte ragioni per essere arrabbiati.

«Dovremmo essere bravi invece a disinnescare queste arrabbiature, altrimenti diventa una guerra continua. E di guerre ce ne sono già abbastanza, secondo me: ci definiamo l'era moderna, ma siamo nel medioevo barbarico, non si può pensare di parlare di umanità quando poi ci si comporta in maniera disumana. Soprattutto non è accettabile questa l’indifferenza che riscontro da un punto di vista mediatico».

A teatro con sua moglie Marina Lorenzi, invece, provate a strapparci qualche risata con uno spettacolo che l’autore Tato Russo definisce il racconto di un “martirimonio”.

«Questa è la visione dell’autore e produttore Tato Russo, perché laddove le coppie vivono di non amore o senza amore un rapporto può diventare una prigione. Non è il caso nostro, quindi è in realtà solo un gioco di parole. Lo spettacolo affronta gli alti e i bassi di questi 35 anni, il giorno delle nozze, il primo approccio un po’ pudico, l’arrivo dalla primogenita che spesso porta in chi diventa padre una sensazione di trascuratezza, la crisi, la crescita di questa figlia…».

L’amore basta?

«No, non basta ma vince. Tante persone si sono avvicinate a fine spettacolo, soprattutto donne, per dirci “ci siamo ritrovati in questa cosa”, o “a me è successo veramente di aver avuto questa crisi”. Spesso i mariti nicchiano, fanno finta di guardare altrove quando le mogli dicono “è successo pure a lui” eppure stanno ancora insieme, nonostante i problemi, perché c'è questa volontà di crescere insieme. Quanto è bello, come dice spesso mia moglie, rivedere la persona con cui stai da tanto con gli occhi dell’amore di un tempo? La cosa più difficile in questo momento per me è riuscire a fare il saltapicchio con “Un posto al sole».

Ecco, lei è volto ormai conosciutissimo e amato della tv, tra i protagonisti di una serie piuttosto longeva. Come si concilia con le tournée teatrali?

«Abbiamo appena festeggiato i trent’anni con la presenza straordinaria di un premio Oscar, la nostra Whoopi Goldberg; dico nostra perché ormai è diventata patrimonio partenopeo. Devo dire che la produzione riesce sempre a trovare una pianificazione abbastanza comoda per consentirmi di stare anche a teatro. Credo anche che se non avessi avuto una base teatrale importante, probabilmente non mi sarei neanche appassionato a una serie che passa per essere soap opera ma è una real-drama, un daily, cioè qualcosa che avviene tutti i giorni davanti alle maestranze che ti dicono “sei stato bravo” oppure “guarda che lì, forse…” e tu ti fidi, perché ormai siamo una famiglia. Ma a teatro non smetterei mai: mi piace troppo lavorare con mia moglie! E poi ho un debito di gratitudine con il teatro, tutto quello che mi è accaduto di buono è partito da un palco… l’amore e il successo».

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