8 marzo

«Ragazze, non scoraggiatevi mai» 

Chiara Olla: la scienza è ancora un mondo di uomini, ma si aprono nuovi spazi 

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Nella Giornata internazionale della donna la sua storia è testimone di una strada ancora in salita per molte donne nelle discipline scientifiche. Chiara Olla, 32 anni, originaria di Ballao e cresciuta a Muravera, è una fisica della materia sperimentale. Ricercatrice formata all’Università di Cagliari, ha recentemente ottenuto una Marie Skłodowska-Curie Postdoctoral Fellowship, uno dei finanziamenti europei più competitivi. Il progetto su cui lavorerà punta a sviluppare un cerotto intelligente per la terapia dei tumori della pelle.

Chiariamolo subito, fisico o fisica?

«Spesso per abitudine sono portata a rispondere “fisico”, ma preferirei utilizzare il sostantivo femminile»

Dottoressa, di cosa si occupa il suo progetto?

«Sono specializzata nel campo della fisica che potremmo definire il più vicino alla chimica e alle scienze dei materiali. L’idea è sviluppare un cerotto con microaghi stampato in 3D che integri due materiali fotoattivi, che, quando attivati con luce rossa a bassa potenza, potranno distruggere selettivamente le cellule tumorali».

Qual è l’obiettivo?

«Migliorare le attuali terapie spot dinamiche e fototermiche, rendendole più efficaci ma soprattutto meno invasive per i pazienti. Vorremmo creare un dispositivo che dia il minimo fastidio e che possa essere utilizzato non solo in ambulatorio ma anche in ambito domestico. Uno strumento che speriamo possa cambiare l’approccio alla terapia perché permetterebbe di personalizzare il cerotto adattandolo alla forma e alle caratteristiche della zona da trattare per ciascun paziente e che sia soprattutto meno doloroso delle attuali terapie a disposizione».

Come ha reagito quando ha saputo di aver vinto la borsa Marie Curie?

«All’inizio quasi non ci credevo. Da donna, vincere un premio in nome di una scienziata come Marie Curie è un immenso onore. Sapendo quanto sia alta la competizione ero molto sorpresa, ma anche molto soddisfatta. L’idea che la mia ricerca possa contribuire concretamente alla cura dei pazienti è una motivazione enorme».

Quanto pesa ancora il gender gap nelle discipline scientifiche?

«In fisica, e nelle materie Stem in generale, la percentuale di colleghi uomini è ancora più alta. Il gender gap è innegabile anche se negli anni la situazione sembra migliorata. Durante la mia triennale, per esempio, quasi tutti i docenti erano uomini, solo due erano donne, ma si trattava di matematiche. Oggi sempre più colleghe riescono a conquistare ruoli di rilievo in ambito accademico. Credo che il divario più grande non sia durante gli studi o il dottorato, dove spesso c’è un equilibrio tra uomini e donne. Il problema arriva dopo».

Perché accade?

«Una volta ottenuto il titolo di dottore di ricerca spesso passano lunghi periodi prima di trovare un contratto di lavoro indeterminato. Questi sono anni molto incerti, che spesso coincidono con aspettative sociali legate alla famiglia o alla maternità. Ad esserne maggiormente influenzate, ancora oggi purtroppo, sono le donne. La carriera a volte può rimandare certi “compiti” che la società si aspetta da noi».

Ha affrontato in prima persona difficoltà?

«Io non mi sono fatta influenzare dalle aspettative riposte su noi donne. Ho accettato senza pensarci due volte una borsa di ricerca che mi porterà per due anni in Repubblica Ceca, durante i quali lavorerò sotto la supervisione del professor Michal Otyepka e avrò l’onore di collaborare per un breve periodo con una professoressa del Politecnico di Cracovia – la docente Joanna Ortyl – un esempio di professionalità al femminile ».

Che messaggio darebbe alle ragazze che vogliono studiare materie scientifiche?

«Di non farsi scoraggiare da una visione un po’ obsoleta e maschilista che sembra escluderle da questi studi. Anche un brutto voto o un fallimento fanno parte del percorso. La ricerca scientifica è un mondo entusiasmante e dà grandi soddisfazioni. C’è assolutamente spazio per tutti».

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