L’intervista

«Un errore storico non applicare la specialità sarda»  

Luca Zaia nell’Isola con il suo libro sul federalismo: «Questa riforma della Lega farà crescere l’Italia» 

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«Don Sturzo si definiva un federalista impertinente. L’autonomia la reclamava anche Einaudi. Eppure in Italia ha prevalso la deriva centralista». Luca Zaia, il governatore che in Veneto votavano quasi otto elettori su dieci, oggi presidente del Consiglio regionale con 207mila preferenze, è nell’Isola per portare in giro il verbo del decentramento amministrativo. Stasera a Porto Rotondo (dalle 20); sabato a Porto Cervo (dalle 19,30 all’Hotel delle Rose). Zaia l’unico leghista che piace anche alla sinistra: 110 milioni di visualizzazioni al mese sui social. E “Il Fienile»”, podcast alla 22° puntata diventato popolarissimo.

“Autonomia. La rivoluzione necessaria”, è il titolo del suo saggio (Marsilio, 2025). Ma non sarà che nel buon governo a fare la differenza è la classe dirigente?

«La classe dirigente è un differenziale. Ma il federalismo riduce le catene decisionali, le riporta al livello locale e i cittadini possono avere riscontro diretto sulla qualità amministrativa».

In Sardegna la specialità statutaria è rimasta quasi del tutto inapplicata.

«Un errore storico. L’Italia nasce federalista, basta leggere la Costituzione. Dalla Germania alla Svizzera, dove il decentramento ha trovato applicazione, non va così male».

Lei senza federalismo ha fatto del Veneto l’eccellenza nazionale della sanità.

«Sull’assistenza medica e ospedaliera le scelte strategiche competono alle regioni, Roma si limita a erogare le risorse. L’autonomia differenziata è la riforma della responsabilità, non una minaccia per l’unità nazionale».

Il 15 luglio la Camera ha bocciato le preferenze.

«Le preferenze servono per far diventare protagonisti i cittadini, che non vanno ridotti a comparsa della politica. Vedere che le opposizioni hanno votato contro per far andare sotto il Governo, mi è parso davvero poco edificante. Questa deve diventare una battaglia di principio per tutti».

Giorgia Meloni i nemici li ha in casa?

«In una maggioranza variegata, c’è sempre qualcuno che nel segreto dell’urna fa qualche sgommata. Ma non si può disconoscere lo standing ritrovato dall’Italia in questa legislatura: penso allo spread portato a valori infinitesimali e alla A ricomparsa nel rating. Vorrei sapere chi sono stati i franchi tiratori delle preferenze: non per ritorsioni, ma per misurarne il consenso».

Quello della Lega a guida Salvini si conosce: partito sotto il 5%, superato da Futuro nazionale di Vannacci.

«“Natura no facit saltus (la natura non fa salti)”. Nella Lega ho visto momenti migliori e ne ho vissuti di peggiori. Ho visto Renzi arrivare al 42% nella mia regione e Grillo riempire le piazze. Ma la storia, per dirla alla Giambattista Vico, è fatta di corsi e ricorsi. In questo momento non possiamo distrarci, dobbiamo andare avanti per la nostra strada».

Futuro nazionale è una declinazione razzista della destra?

«È un nuovo soggetto politico, né il primo né l’ultimo che prende forma in questo Paese. Ne abbiamo visto tanti, nascere e anche morire».

Il centrosinistra lo vede capace di vincere?

«Più che alle vittorie, dovrebbero pensare a trovare un’identità che non hai dimostrato di avere».

Lei ha tempo per fare il segretario nazionale?

«Di cosa?».

Della Lega.

«Il segretario è stato eletto un anno fa. Io sto facendo per la prima volta il presidente dell’Assemblea regionale, un incarico che completa il mio percorso nelle istituzioni».

Il terzo mandato è ancora un miraggio per i sindaci nei Comuni sopra i 15mila abitanti e per i governatori.

«Guarda caso, dove è prevista l’elezione diretta. Questo Paese deve fare una scelta: se non ci sono limiti di mandato per premier, ministri e consiglieri regionali, non devono esistere nemmeno per le altre cariche amministrative».

Meloni vuole portare il centrodestra al Quirinale.

«Ho conosciuto tanti presidenti: bene Ciampi, Napolitano e Mattarella. Un po’ meno Scalfaro. Non si va al Quirinale in nome di una forza politica: il capo dello Stato, quale figura di garanzia, ha l’obbligo costituzionale di rappresentare tutti i cittadini».

Trump è un narcisista squilibrato o un calcolatore?

«È uno che butta giù la porta e poi suona il campanello. Ma l’hanno votato gli americani, non ha senso sindacare sulla scelta. Compito delle istituzioni, semmai, è conservare buoni rapporti: l’Italia, senza l’America, non sarebbe diventata un Paese libero».

Ucraina, Russia e Cina.

«Kiev è stata aggredita, Mosca è l’aggressore. Le guerre, come diceva Hemingway, sono stata inventate dagli uomini peggiori per mandare i migliori. La loro durata è inversamente proporzionale al peso della diplomazia: l’Europa, il più grande mercato del mondo, ha il problema di essere rappresentata da von der Leyen, che non ha il peso di Trump o di Xi Jinping».

Caso Roggero.

«Negare l’evidenza, sarebbe da incoerenti: ha ammazzato due persone dopo essere stato rapinato. I giudici gli hanno concesso le attenuanti, grazie a una legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega (è in vigore dal 2019). Sul caso Roggero l’Italia si è divisa tra giustizialisti e garantisti. Lo stress psicologico è comunque un elemento da valutare con attenzione».

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