Tel Aviv. La resa dei conti di Israele con i terroristi del 7 ottobre è una scia di sangue che scorre inarrestabile da mesi. Nel mirino dell’Idf, nonostante il cessate il fuoco a Gaza dichiarato un anno fa, ci sono ancora centinaia di miliziani di Hamas e della Jihad complici dell’omicidio di oltre 1.200 israeliani e del rapimento di altri 251 nell’attacco del 7 ottobre di tre anni fa.
Così sabato sera l’ennesimo omicidio mirato ha colpito un miliziano drammaticamente noto in tutto il mondo. In un raid con un piccolo drone esplosivo nel campo profughi di Nuseirat, nel centro della Striscia, è stato ucciso il terrorista che il 7 ottobre 2023 era alla guida della motocicletta che portava verso Gaza Noa Argamani, appena presa in ostaggio al festival Nova. La giovane fu liberata otto mesi dopo durante un blitz delle forze speciali israeliane nell’abitazione del giornalista Abdullah al-Jamal a Nuseirat, in cui altri tre ostaggi furono strappati alla prigionia.
Saher Nidal Latfi Sakr, il terrorista che guidava la motocicletta, era nel mirino del corpo d’èlite della polizia israeliana. L’uomo faceva parte del lungo elenco stilato dal centro di comando dell’Idf e dell’intelligence che monitora costantemente gli obiettivi già scelti e decide quando colpire.
Dieci giorni fa a Jabalia è stato colpito Basir Al-Barsh, un comandante dell’unità di èlite Nukhba di Hamas. Era il figlio maggiore del direttore generale del ministero della Sanità di Hamas, cioè l’uomo che per tutta la durata della guerra ha fornito notizie ufficiali sulle vittime. All’affollato funerale del figlio ha fatto un lungo discorso, postato sui social da tutti i media di Gaza, in cui ha affermato che l’unica via è la Jihad, la guerra santa contro gli infedeli. Tre giorni fa il cerchio si è chiuso a Deir al-Balah per Jabr Moqbel, un terrorista dell’ala militare di Hamas che guidava la rete di cambio valuta “Moqbel”, trasferendo milioni di shekel in valuta estera all’organizzazione.
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