Slitta di qualche giorno il primo test alla Camera sulla nuova legge elettorale, ma ormai il momento della verità si avvicina: l’esame della riforma è il punto più importante dei lavori di questa settimana a Montecitorio, che però nella mattinata di oggi riprenderanno col voto sulla fiducia chiesta dal Governo sul decreto che contiene disposizioni urgenti per la pubblica amministrazione, gli enti territoriali e la protezione civile. Dopodiché ci si potrà concentrare sulle regole del voto: il primo passaggio cruciale, col voto sulle pregiudiziali relative al testo approvato al Senato il 15 settembre scorso, arriverà tra mercoledì e giovedì.
Voto di fiducia
Ma già da giorni i partiti fanno i conti, con un occhio ai sondaggi e l'altro alla manovra (che sarà la «vera priorità», come dice Antonio Tajani), sapendo che questo passaggio può decidere la sorte dell’ultimo spicchio della legislatura. Il Governo ha deciso di chiedere il voto di fiducia su vari articoli, certamente sull'1 e sul 2 che riguardano rispettivamente la Camera e il Senato, e che hanno visto, tra l'altro, l'introduzione del sistema delle preferenze con capilista bloccati. Poi però la vera trappola sarà il voto finale sulla legge, su cui le opposizioni si preparano a chiedere lo scrutinio segreto. E qualcuno scommette che ci saranno sorprese.
Da Forza Italia, è ancora Tajani ad assicurare che tra gli azzurri non ci sarà «nessun franco tiratore». Ma è proprio quello il vero timore del centrodestra: che nel segreto dell'urna qualcosa possa di nuovo andare storto (non necessariamente per colpa di FI: i malumori sarebbero trasversali), nonostante la consapevolezza che una nuova debacle porterebbe dritti dritti alle elezioni anticipate.
La prospettiva non preoccupa la segretaria del Pd Elly Schlein, che infatti auspica che si voti «il prima possibile» perché le destre sono state «un disastro». Carlo Calenda invece dà per scontato che alla fine la legge passerà e continua a lanciare Azione nella sua corsa in solitaria, né con il centrosinistra né con il centrodestra. Ciononostante il campo progressista confida nei sondaggi che lo danno avanti, se Vannacci resterà fuori dal centrodestra. E tale vantaggio, ripete Riccardo Magi, si dovrebbe anche grazie ai voti di +Europa, «il partito che cresce di più tra le forze di opposizione» nelle ultime rilevazioni. Motivo per cui «provano a tagliarci fuori» con le novità sulla raccolta firme.
I nodi principali
Quest’ultimo è uno dei punti dolenti, che potrebbero essere bocciati dalla Corte costituzionale, secondo i comitati che già stanno preparando i ricorsi. L'altro è la parità di genere. «Col testo passato al Senato, potrà accadere che in Parlamento avremo il 15% di donne elette», torna all'attacco la presidente di Azione, Elena Bonetti, che già a luglio alla Camera aveva animato la rivolta delle deputate. «La presenza femminile nelle liste è ampiamente garantita», ribatte invece Stefano Benigni, vicesegretario di FI e uno degli estensori di quello che gli azzurri amano chiamare Stabilicum: ricordando peraltro che, nonostante le quote del Rosatellum, oggi in Parlamento «la presenza femminile si attesta intorno al 33%, quindi ben al di sotto del 40%».
È sempre lui a puntualizzare che non c'è spazio nel centrodestra per Futuro Nazionale, a meno che Vannacci «non dia un segnale di disponibilità a ragionare insieme alla nostra coalizione». Un apparente spiraglio nel muro granitico che finora gli azzurri hanno eretto contro il generale.
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