Andiamo all’opera.

Turandot, l’amore trionfa? Forse. Ma non consola 

Al Lirico di Cagliari sino al 2 luglio la rivoluzionaria messinscena che guarda al (nostro) futuro 
22 maggio 2026 Cagliari Teatro Lirico Opera Turandot di Giacomo Puccini Foto Max Solinas
22 maggio 2026 Cagliari Teatro Lirico Opera Turandot di Giacomo Puccini Foto Max Solinas
22 maggio 2026 Cagliari Teatro Lirico Opera Turandot di Giacomo Puccini Foto Max Solinas

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È una plebaglia grigiastra e violenta, quella che si aggira tra le griglie di una struttura metallica che somiglia a una gabbia. O a un carcere, con guardie e detenuti tenuti a bada dai manganelli. Non ha alcuna vena favolistica, e nessuna aura gloriosa, la “Turandot” di Rafael R. Villalobos. Giovane regista spagnolo che dichiara di avere voluto rappresentare «la distopia di un mondo autocratico verso cui ci stiamo lentamente avvicinando». Dunque sulla scena del Teatro Lirico di Cagliari, niente cine-serie e nessun trionfo dell’amore. Sete di potere, piuttosto, e sopraffazione, e neppure Calaf, lo scioglitore degli enigmi, è un personaggio romantico. Tute, stivali, berretti a visiera indosso al popolo di Pechino che aspetta che sorga l’alba per sapere chi sarà la nuova vittima delle ossessioni di Turandot.

Principessa di gelo che irrompe malefica vestita di bianco e si muove con gesti secchi e parla con stizza al testardo Calaf e con odio alla coraggiosa Liù. Che è peraltro una ragazza tosta che mena botte e conosce qualche mossa delle arti marziali. Ping, Pong e Pang, i ministri nostalgici di bei laghetti blu e ombrose foreste, bevono dalla bottiglia e mangiano pop corn. In linea, quanto ad abbigliamento, con la veste piena di frange e gli occhiali da sole esibiti dall’Imperatore Altoum. È il rosso a prevalere nell’allestimento (rosso come il sangue, ovvio) dominato sempre dal disco pallido della luna che diventa un occhio che tutto controlla.

Spettacolo potente, nonostante la lesa maestà al libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni. Moltissime le aggiunte a una trama che non fu mai con-clusa da Giacomo Puccini. «Una storia irrisolvibile», precisa il regista, «un labirinto senza via d’uscita». Premessa ragionevole, che gli consente di aggiungere parecchi elementi non molto comprensibili sui cui gli spettatori, nella sera della prima, si sono vivacemente interrogati. Appare un bambino, forse il Principe di Persia, forse lo stesso Calaf da piccolo, e una gran schiera di giovanissimi vestiti di scuro che potrebbero essere i pretendenti defunti, numerosi come i teschi disseminati sul palco. Tra ubriachi, picchiatori e boia «le mura della grande città violetta» sono sostituite da sbarre, «gli spalti massicci» da un susseguirsi di scale e dislivelli. La vicenda del Principe ignoto e della sua pretesa di sposare una donna che non vuole maritarsi, è interpretata come una lotta per conquistare il potere, non certo il cuore della gelida vendicatrice di un’ava oltraggiata da un tartaro. Secoli prima, ma Crudelia ha una grande memoria e probabilmente una grande terrore di essere soggiogata da un uomo. Avvolta in una vestaglietta nera per nulla regale, si arrende. Bianca come la giada, fredda come una spada, non pronuncerà il nome di colui che l’ha battuta. All’alba vincerà, lo straniero impudente e furbo.

Tra le luci fibrillanti, la scarna e ben amalgamata cromia dei costumi, le invenzioni registiche in qualche caso divertenti e la meravigliosa musica di Giacomo Puccini finisce anche la lunga notte di Pechino.

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