Camera

Sicurezza, decreto corretto in extremis 

Il contributo ai legali d’ufficio non sarà legato al rimpatrio dei loro assistiti 

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Una corsa al fotofinish chiude il decreto sicurezza alla Camera. E subito dopo un Consiglio dei ministri lampo lo corregge, in parte, sui rimpatri. A mezzogiorno un'aula per metà assonnata per la maratona notturna e per metà eccitata dalla sfida (anche canora) sul 25 Aprile, vota la conversione in legge a meno di 24 ore dalla scadenza. A favore 162 deputati, 102 contrari e uno si astiene. E altrettanto rapidamente, poco dopo le 17, il presidente della Repubblica promulga il primo ed emana il secondo decreto.

Leghisti seduti

Premono i rischi di incostituzionalità dell’articolo sui rimpatri prima versione, e il governo mette una toppa. La maggioranza incassa il faticoso sì in aula mentre l’opposizione grida invece contro «una pagina buia della storia italiana». In mattinata la battaglia riprende al ritmo di “Bella ciao”: la intonano i Dem e le altre opposizioni si associano, contro lo «spregio alla Costituzione» imposto dal decreto sicurezza. Il dibattito prosegue sul 25 Aprile, finché i meloniani sfidano la sinistra cantando l’Inno d’Italia. Ma le opposizioni non concedono l’esclusiva e si aggiungono al coro. Risultato: tutta l’aula canta Mameli in piedi (tranne i leghisti e i ministri Salvini e Piantedosi). Poi, con il voto, cala il sipario. A tempo di record arriva il decreto correttivo: mantiene il contributo di 615 euro per chi assiste un migrante nella pratica di rimpatrio volontario, ma indipendentemente dall'esito della richiesta. E non è più esclusiva degli avvocati, potrebbero beneficiarne anche associazioni e onlus. I termini della collaborazione con il Viminale li deciderà un decreto ministeriale: sparisce il coinvolgimento esplicito del Consiglio nazionale forense - che, alzando la voce, ha amplificato lo scontro - e il budget del premio aumenta di circa 170mila euro. Stanziati in tutto 1,4 milioni fino al 2028.

La retromarcia

È una conclusione travagliata quella del pacchetto sicurezza concepito a febbraio, dopo l’omicidio di Rogoredo e la guerriglia a Torino post sgombero di Askatasuna. Voluto per fermare le violenze delle baby gang e tutelare poliziotti e carabinieri, si infrange sul muro alzato dalle opposizioni. E in extremis sabato si incaglia sull’articolo 30bis. Frutto di un emendamento di maggioranza, punta a rilanciare i rimpatri offrendo un premio agli avvocati purché il rimpatrio avvenga. Un meccanismo che stride con il diritto alla difesa sancito dalla Costituzione e indipendentemente dall’esito di un procedimento. Quando l’avvocatura si dissocia e chiede un passo indietro, il bubbone esplode. Ma ormai alla Camera non c'è più tempo: qualsiasi ritocco significherebbe tornare al Senato per una terza lettura. Perciò la maggioranza tira dritto. Finché lunedì non emerge il fastidio del Quirinale per le polemiche e le riserve di costituzionalità. Lo stesso giorno il sottosegretario alla presidenza Mantovano sale al Colle per un confronto. E di fronte al rischio che Mattarella non controfirmi il provvedimento, si innesta la retromarcia.

La via d’uscita

La via d’uscita è un altro decreto (mirato anche nel nome, “Disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti”) che, partendo dal Senato, andrà convertito in legge entro fine giugno. Altrimenti varrebbe la norma recriminata e contenuta nel decreto sicurezza. Nella storia della Repubblica ci sono quattro precedenti di decreti correttivi, motivo per cui Giorgia Meloni non vede «nulla di pericoloso» nella mossa salva rimpatri. La presidente del Consiglio accoglie l’ok finale e glissa sulle polemiche: «Il governo compie un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini, difendere chi indossa una divisa e affermare con chiarezza un principio semplice: in Italia la legalità non è negoziabile»

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