Roma. Tempi più lunghi e contenuti ancora non definiti, certezze che sfumano e il nodo delle coperture ancora tutto da sciogliere: la manovra di governo procede a passo lento e fatica a decollare. La decisione di provare la carta europea per dare risposte alle famiglie in affanno per l'infiammata dell’inflazione fa slittare l'arrivo in Parlamento della quinta legge di bilancio del governo Meloni. Misure fino a ieri in pole position, come il nuovo taglio dell'Irpef, perdono quota facendo fibrillare la maggioranza.
Nel giorno in cui il consiglio dei ministri vara il Documento programmatico di bilancio resta incerta l'ossatura su cui prenderà forma la manovra. Ieri sono stati diffusi due ordini del giorno: nel secondo la manovra sparisce. Fonti di Palazzo Chigi parlano di «mero errore materiale» ma la realtà è che Giorgetti vuole aspettare la conclusione della procedura europea sulla clausola di salvaguardia: un verdetto che dovrebbe arrivare il 9 novembre.
Il governo incassa il via libera del Parlamento al Documento programmatico di finanza pubblica e allo scostamento per quasi 29 miliardi di flessibilità concessa dall'Ue per energia e difesa, illustrato alla Camera in un’Aula così deserta da strappare a Giorgetti parole infastidite («Questi non hanno voglia di lavorare»). Ma il sentiero di avvicinamento alla manovra si fa più incerto anche sulle misure.
L’estensione del taglio dell'Irpef fino a 60mila euro, finora data per certa, sembra ora improbabile nonostante il leader di Forza Italia Antonio Tajani la ponga come prioritaria: al posto di questa misura, che avrebbe riguardato 3,3 milioni di contribuenti, si pensa ad un bonus per i fragili, che intercetterebbe una platea più ampia. Il Mef è intanto intenzionato a confermare la detassazione degli incrementi contrattuali e l'iperammortamento.
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