Il conflitto

Petrolio su del 30% in una settimana: «Verso i 100 dollari» 

I mercati temono una guerra lunga Gli Usa assicurano: «Hormuz riaprirà» 

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Si affaccia verso la soglia dei 100 dollari il prezzo del petrolio, salito di circa il 30 per cento nella scorsa settimana a quota 90, per via della guerra contro l'Iran con una corsa che potrebbe continuare nei prossimi giorni. L'elemento discriminante, ripetono analisti e trader, sarà la durata del conflitto anche se gli Usa, per voce del ministro dell'energia Chris Wright, rassicurano sostenendo che lo stretto di Hormuz riaprirà «presto» e che al mondo «non mancano petrolio e gas».

L’Estremo Oriente

Parole accompagnate tuttavia da una constatazione che suona come un monito strategico: «La Cina sta per perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio». Iran, Venezuela e Russia rappresentano, secondo alcune stime di Kpler, il 40 per cento del suo import globale, numeri imprecisi viste le sanzioni e i meccanismi utilizzati per aggirarle. E oltretutto Pechino importa, dai paesi dell'area del Golfo, circa il 50 per cento del suo petrolio. Una situazione di sostanziale dipendenza che condivide peraltro con altri paesi asiatici come il Giappone o la Corea del Sud (quest’ultima, infatti, starebbe pensando a forme di tetto per i prezzi di fronte alla riduzione delle consegne).

Secondo gli esperti, l'utilizzo da parte dei sauditi del terminal sul mar Rosso è insufficiente a compensare il blocco dello stretto di Hormuz, e che infatti ha indotto Qatar, Kuwait e Emirati Arabi a ridurre o bloccare la produzione. Secondo i calcoli dell'agenzia internazionale dell'energia, gli oleodotti esistenti potrebbero al massimo gestire 4 milioni di barili al giorno sui 20 che transitano normalmente ad Hormuz.

Difficile scortare le navi

Certo la saudita Aramco (e in parte anche la compagnia degli Emirati) può contare sul terminal di Yanbu nel Mar Rosso, e anche per questo motivo le sue azioni sono salite alla borsa di Ryad, visto che il rialzo del prezzo del petrolio spinge in crescita i suoi bilanci. Si tratta comunque appunto di una misura che limita ma non può compensare il blocco dell'export; oltre al fatto che anche i suoi impianti sono stati oggetto dei droni iraniani. Persistono molti dubbi anche sulla fattibilità della proposta, avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di scortare, tramite un sistema di convogli, le petroliere fuori dal Golfo, e altrettante perplessità circondano le soluzioni ipotizzate peer le coperture assicurative delle navi.

Nel medio termine poi, come ulteriore elemento di restrizione del mercato, si sottolinea la distruzione delle infrastrutture iraniane in corso e il possibile piano Usa per occupare, con una forza terrestre, l'isola di Kharg dove transita il 90 per cento del petrolio di Teheran. Le stime di Goldman Sachs indicano nell'Iran una produzione di 3,5 milioni di barili al giorno e 0,8 di condensato, il 4 per cento della produzione mondiale, di cui la metà circa destinata all'export. Secondo un rapporto scritto da ZiadDaoud di Bloomberg Economics, «né l'Iran, né gli Stati Uniti e Israele stanno mostrando segnali di distensione» e «il rialzo a 93 dollari non esprime pienamente i rischi in corso». Per questo, rileva, il prezzo dovrebbe salire ad almeno 108 dollari al barile visto che le misure per limitare i danni, dall'utilizzo del terminal nel Mar Rosso, alle speranze di un conflitto breve, non sono «convincenti».

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