A volte il destino aiuta la cultura e, come nel ritrovamento di un’antica tomba, nella scoperta di un quadro sconosciuto di un autore famoso, gli intrecci della vita possono raccontare una storia a lieto fine. La mostra su “Goffredo Guiso, fotografo in Nuoro” che si aprirà sabato prossimo (17.30) negli spazi espositivi dell’Isre in via Mereu rappresenta una di quelle strane coincidenze astrali che permettono di restituire all’universo nuorese, e non solo, un patrimonio di grande valore culturale che altrimenti sarebbe andato perduto.
La storia
Tutto inizia in modo banale. la ricerca e l’acquisto di una casa. Francesco Sparacino, finanziere di stanza a Nuoro, va a visitare una casa che poi acquisterà: è il villino Guiso, in piazza Vittorio Emanuele, stabile che Sebastiano Guiso, nato a Nuoro nel 1882, rientrato nel capoluogo barbaricino nel 1907 dopo aver studiato all’Accademia di Brera, utilizzò per impiantarvi la sua attività di fotografo. Dopo la sua scomparsa, lo studio passò al figlio Goffredo che portò avanti l’eredità del padre, insieme alla moglie Andreina Rigo, originaria della provincia di Verona, scomparsa nel 2019 e che fino al 1994 tenne aperta l’attività anche dopo la morte del marito, avvenuta nel 1983.
Sparacino, mostrando una sensibilità non comune, rimane sbalordito da ciò che trova dentro quell’edificio di piazza Vittorio Emanuele: la vecchia camera oscura, gli acidi utilizzati per lo sviluppo delle foto, immagini, diecimila circa, ammassate in scatole che rappresentano una ricchezza. Un pezzo di Sardegna che non c’è più, ma è esistita e riemerge nella seconda parte della storia, quando Piero Mura, nuorese, amico di Sparacino, parla di questo ritrovamento a Marco Navone, di Olbia, studioso di fotografia, animatore dell’associazione Argonauti, curatore di tante mostre fotografiche (tra cui “Storie di un attimo” che si svolge a Olbia) e promotore da anni del Festival di Tavolara. A questo punto, la scoperta diventa studio, ricerca e soprattutto digitalizzazione delle diecimila immagini rinvenute, anche con l’aiuto di Paolo Piquereddu e Ignazio Figus, per tanti anni entrambi all’Isre. Fino all’esposizione, che per circa un mese sarà al Museo del Costume.
I protagonisti
Purtroppo la maggior parte dei materiali realizzati dal fondatore dello Studio Guiso, Sebastiano, è andata distrutta, anche se molte cartoline realizzate dal fotografo nuorese sono ancora nelle mani di collezionisti privati, mentre 60 foto si sono salvate e sono custodite nel Museo etnografico di Amburgo, a cui vennero conferite dall’etnologo Julius Konietzko, che nel 1931, durante un viaggio di lavoro in Sardegna, le acquistò perché ritraevano persone in abiti tradizionali, architetture rurali, paesaggi e oggetti della cultura sarda (riguardano Nuoro, Dorgali, Macomer, Lodè, Oliena, Mamoiada, Atzara, Bitti, Posada, Sorgono, Ollolai, Ovodda e Aritzo).
Il figlio di Sebastiano, Goffredo, continuando l’attività paterna, prende però una sua strada stilistica, con un tratto molto personale e originale. I suoi ritratti sono innovativi per l’epoca, nel solco della rivoluzione rappresentata dalla televisione popolare, e poi dall’archivio riemergono non solo le foto tessera che riportano dall’oblio tante delle persone passate per lo Studio Guiso (proprio a due passi dalla vecchia stazione dei pullman), ma anche immagini di abiti tradizionali e, cosa strabiliante per gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, anche nudi artistici, molto sensuali e per niente volgari. «Goffredo è costantemente alla ricerca di caratteri da immortalare, sempre in giro in sella alla sua amata motocicletta, con la Linhof o la Campagnola sotto braccio. Poi, l’attività all’interno dello studio dei Giardini: uomini, donne, bambini, giovani, adulti, anziani, immortalati nelle migliaia di fototessere scattate con la magnifica Lu.Pa. a soffietto e cavalletto mobile, utilizzata anche per le decine, centinaia di ritratti e di nudi in interno, i più belli esposti con orgoglio nelle due teche davanti all’ingresso. Lo sviluppo nella camera oscura, posta al piano terra, le notti trascorse per il ritocco dei negativi e la colorazione a mano delle stampe, sempre con al fianco Andreina, l’amatissima moglie, che, dopo la morte del marito, prosegue l’attività fino al 1994», racconta Francesco Sparacino nella sua introduzione alla mostra. Con l’acquisto della casa, Sparacino ha acquisito da Giovanni Guiso, figlio della coppia Goffredo-Andreina, l’immenso patrimonio documentale dello studio e, con l’aiuto, la supervisione e l’iniziativa di Marco Navone, ora le immagini stanno diventando qualcosa che sarà messo a disposizione della comunità.
Duecento immagini
«L’associazione Argonauti, con il sostegno dell’assessorato regionale della Cultura e il patrocinio dell’Istituto etnografico della Sardegna, ha recuperato l’archivio», aggiunge Marco Navone. «Il fondo, di circa 10.000 scatti tra lastre di vetro e pellicole di grande formato, è stato interamente digitalizzato e verrà donato all’Isre di Nuoro», annuncia il responsabile dell’associazione Argonauti, che ha anche curato il progetto e l’esposizione, con circa 200 foto.
Entro il 19 aprile, quando la mostra chiuderà, sarà anche pubblicato un catalogo del lavoro, al quale hanno partecipato anche Marco Loi, autore della digitalizzazione, Piero Mura, che si è occupato della revisione dei testi, Paolo Piquereddu, già direttore dell’Isre ed esperto di antropologia visuale, Luca Rossi, che ha curato gli allestimenti, e Altergrafica Olbia, autrice degli elementi scenografici e della grafica. Immagini che riemergono dall’oblio grazie a persone che hanno saputo riconoscere l’arte nascosta in scatole anonime tra gli acidi di una camera oscura.
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