L’intervista

«No ai signori della guerra e dell’energia» 

Il caso dell’indennità contestata: «Colpito da fuoco amico ma il contratto l’ha firmato la Regione» 
Olbia 29-10-2026. Gian Piero Scanu. Foto Antonio Satta
Olbia 29-10-2026. Gian Piero Scanu. Foto Antonio Satta
Olbia 29-10-2026. Gian Piero Scanu. Foto Antonio Satta

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«Sono sopravvissuto a ben altre tempeste, non sarà certamente questa a imprigionare la mia militanza e non consentirò a nessuno di mettere in dubbio la mia serietà»: Gian Piero Scanu, ex parlamentare del Pd, pensa al suo lavoro nella commissione Difesa e in quella d’inchiesta (da presidente) sull’uranio impoverito quando parla di tempeste. Ma anche sull’ultima, quella mediatica, legata alla richiesta di restituzione dell’indennità di 77mila euro percepiti come commissario liquidatore della ex Provincia di Sassari da parte della Città metropolitana per l’incompatibilità con la pensione, non intende soprassedere. E, mentre si toglie qualche sassolino dalla scarpa, rilancia sui suoi temi e sull’impegno contro tutte le servitù, quelle dei signori della guerra e di quelli dell’energia.

«Ho accettato l’incarico da commissario, anche alla luce del fatto che da sottosegretario mi ero occupato della costituzione delle province poi abrogate dal referendum, perché pensavo di potermi rendere utile creando un rapporto nuovo all'insegna dell'intesa e della collaborazione, nello spirito della sussidiarietà orizzontale suggerita dalla costituzione, lo stesso spirito che ha animato il mio intero percorso politico. Naturalmente ho prodotto tutta la documentazione che mi è stata chiesta, che fossi in pensione già dal 2018 non era cosa ignota e avevo anche un altro requisito, previsto dalla legge, quello di aver fatto per tre anni il dirigente della Regione Sardegna, era tutto perfettamente in regola. A valle di questa istruttoria, curata dagli uffici preposti della Regione, ho firmato un contratto e mi sono assicurato la collaborazione di quello che è forse il più grande esperto che esista in Italia in materia contabile, il professor Francesco Delfino».

Si è mai parlato della presunta incompatibilità?

«L’argomento è stato affrontato esplicitamente ed è stata riconosciuta che la fattispecie del mio incarico prevedeva una remunerazione e che c’era la totalità dei requisiti. In ragione di questo hanno predisposto il contratto di collaborazione votato all'unanimità dalla Giunta regionale. C’è una precisa norma del Ministero della Funzione pubblica che è la stessa che negli anni è stata applicata a tutti gli altri commissari nominati anche dalle precedenti amministrazioni».

Poi cosa è successo?

«L'inizio del lavoro non è stato dei migliori, diciamo che non ho trovato la banda musicale ad accogliermi, sono stato percepito come una sorta di corpo estraneo. Nel corso del mio lavoro, grazie anche al contributo illuminato che avevo dal professor Delfino, ho rilevato delle criticità che ero tenuto a trasmettere alla Corte dei conti. Questo dovevo fare per debito d'ufficio e questo ho fatto, naturalmente senza provocare l'entusiasmo di coloro che avevano predisposto gli atti. Si tratta della predisposizione dei bilanci relativi ad alcune annualità in ordine alla violazione del principio di veridicità e attendibilità rispetto ai rendiconti approvati. Su questo la Corte dei Conti, nella quale ho la massima fiducia, sta svolgendo i relativi accertamenti. Poco tempo dopo sono stato rimandato a casa con i canonici ringraziamenti e congratulazioni. Lo stesso settore della tecnostruttura amministrativa che aveva verificato la correttezza della mia posizione dopo la nomina della Regione, e che disponeva la predisposizione dell'assegno mensile, improvvisamente scopre questa presunta incompatibilità e mi si chiede di restituire il doppio rispetto a quanto effettivamente percepito. La cosa, naturalmente, oltre a destarmi sgomento, mi ha anche fornito l'esatta misura del livello di ostilità maturato nei miei confronti».

Ritiene che sia una ritorsione?

«Assolutamente. Io non contesto il diritto di un'amministrazione come la Città metropolitana di correggere se stessa e dire ci siamo sbagliati. Ma non può dire, perché questa cosa sarebbe falsa, che non fosse in possesso di tutti gli atti necessari».

Lei ha fatto ricorso ma la giudice del Tribunale di Sassari l’ha respinto.

«Rispetto la sentenza ma la considero strutturalmente errata. Abbiamo ancora due gradi di giudizio ma in ogni caso il vero interlocutore della magistratura è la Regione. Perché è la Regione che ha predisposto gli atti, controllato e controfirmato e attivato tutte le procedure. Al di là del fatto che in mezzo ci sia il mio nome, il contenzioso è fra la città metropolitana e la Regione».

La politica ha un ruolo?

«La prima fucilata è arrivata dalla città metropolitana di Sassari, l'altra sicuramente non spontanea è arrivata dal Fatto Quotidiano che ha scritto delle autentiche falsità incorniciandomi in maniera grottesca come re delle poltrone . Non ho mai disposto neanche di sgabelli e ho ricoperto incarichi di natura elettiva. Ritengo che la politica c’entri ma non il centrodestra e che si tratti di fuoco amico».

Cosa l’ha ferita di più?

«Che sia stata messa in discussione la mia lealtà verso le istituzioni e la mia onestà. Questo non lo permetto a nessuno. Negli anni del mio impegno politico ho affrontato situazioni tanto pericolose da essere perfino drammatiche e l’ho fatto sempre in maniera seria e onesta. Sono invece grato a tutte quelle persone, politici e semplici cittadini, che mi hanno espresso solidarietà».

Molta di questa solidarietà è arrivata da Olbia, la sua città. Quanto hanno contato nel suo percorso gli anni da sindaco?

«È stata una straordinaria esperienza umana e politica che mi ha permesso di fare un po’ di cose buone e impedirne diverse disastrose. Come la colata di cemento che si proponeva nelle coste del comune, stagni compresi, per ben 4 milioni e 400 mila metri cubi, sarebbe stato un autentico disastro».

La poltrona meno comoda è quella di presidente della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito. Sono rimasti strascichi di quella stagione?

«È stata più volte sancita, in maniera bipartisan e in contesti anche importanti, la precisa volontà di non farmi più accedere ad incarichi di carattere parlamentare in quanto soggetto pericoloso rispetto al complesso industriale militare. Quando sono entrato in Senato, capogruppo in commissione Difesa, mi sono subito battuto per la riduzione degli F35. Sicuramente non per merito mio, ma con il governo Monti, ministro l’ammiraglio Di Paola, gli F35 sono scesi da 131 a 90. In maniera invece molto più evidente e strutturale, sempre come capogruppo però alla Camera nella legislatura successiva, dopo battaglie di non poco conto, sono riuscito a far passare la mozione che li riduceva a 45. Anche se poi un ministro del Pd di un’altra legislatura ha riportato i numeri come erano prima».

Oggi il tema del riarmo è centrale nel dibattito politico. Qual è la sua posizione?

«Credo che non vada minimamente messa in discussione non solo la necessità politica, ma anche l’onere etico di difendere l’Ucraina che rappresenta in questo momento un baluardo. Tuttavia, sia in Italia che nel resto dell’Occidente, la guerra fra Mosca e Kiev è stata utilizzata in maniera surrettizia per rilanciare il riarmo. Quindi si è cinicamente ingigantito il bisogno del riarmo al solo scopo di arricchire il complesso industriale militare che insieme ai signori delle big tech sono i veri padroni del mondo».

Temi che sono anche al centro delle manifestazioni giovanili. Cosa ne pensa?

«Trovo penosa la supponenza e la saccenteria di certa stampa, e soprattutto di certa politica, che si scaglia in maniera così violenta contro il mondo giovanile. Al netto della dovuta condanna per ogni tipo di violenza, credo che i giovani stiano dimostrando anche troppa clemenza nei confronti di una società fallita nei principi e nello spessore etico. La democrazia non esiste più quando vengono calpestati i diritti fondamentali. Credo avesse ragione Tocqueville quando diceva che la democrazia esiste soltanto quando il popolo è informato. Ai giovani direi ciò che ha detto Piero Calamandrei, in occasione di un incontro con gli studenti: la Costituzione deve essere sempre considerata come una rivoluzione promessa. I principi contenuti nella prima parte non erano espressioni romantiche ma obblighi della Repubblica. Direi loro: innamoratevi dell’articolo tre e della prima parte della nostra Costituzione e non guardate in faccia a nessuno».

Gli scontri tra politica e magistratura sono un pericolo per la democrazia?

«Il pericolo viene dal fondamentalismo. Da chi a priori santifica la magistratura e da chi, magari in maniera non disinteressata, la demonizza. Io vorrei che i primi a promuovere la riforma della magistratura fossero gli stessi magistrati anche perché troppa gente innocente finisce ancora in galera. La magistratura è un ordinamento fondamentale che deve essere tutelato e difeso da tutta la politica».

Vecchie e nuove servitù: come vede la situazione attuale della Sardegna?

«Finché potrò combatterò per la riduzione delle servitù militari e non posso tollerare che ci sia una sostanziale acquiescenza verso un imperialismo che parte da Roma ma che ha origine nella Nato e nel complesso industriale militare. E non ci sono solo le servitù militari, viviamo anche un altro tipo di servitù. Sono assolutamente, fieramente e visceralmente contrario a ogni forma di speculazione. Non vorrei sentir parlare nessuno di necessità di vendere energia. Credo che il fabbisogno energetico al quale dovrebbe pensare alla Sardegna debba essere rigorosamente limitato a quello di cui essa ha bisogno. Se dobbiamo vendere delle cose, sicuramente non dobbiamo venderci l’anima. Che non vuol dire essere contro le rinnovabili, la decarbonizzazione è fondamentale ma, come accade nel discorso del sostegno militare per l’Ucraina, c’è chi ne approfitta per raggiungere ben altri obiettivi».

Politica nazionale: primarie sì o primarie no?

«Credo che ci voglia un supplemento d’anima. Trovo mortificante che i leader del cosiddetto Campo largo siano ancora a discutere su chi dovrà avere la leadership. Credo che dovrebbero fare subito due cose, definire un programma e allargare il perimetro di questa offerta politica futura ascoltando le disponibilità che si stanno manifestando. A Schlein suggerirei di ricordarsi che il Pd è nato dall’incontro di diverse sensibilità e culture e che tale dovrà rimanere».

E a livello regionale come sta il Campo Largo?

«Forse alcuni, sia grandi che piccoli, ancora non si sono accorti di far parte di una coalizione».

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