Palermo

Muore Contrada, il poliziotto dei misteri 

Arrivò ai vertici dei servizi segreti: poi la condanna a 10 anni per mafia 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

PALERMO. Un uomo dello Stato asservito a Cosa nostra. O invece un perseguitato, una vittima di mala giustizia. Bruno Contrada, morto a 94 anni giovedì sera in ospedale, dov’era ricoverato per una polmonite, continua a incarnare una storia divisiva dell'epoca delle stragi mafiose. E resta un personaggio controverso, un buon poliziotto per alcuni, un funzionario infedele per altri.

La sentenza

La giustizia italiana su di lui si è espressa in via definitiva con una condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il suo è stato un caso emblematico, sospeso tra una carriera luminosa, protagonista di importanti inchieste su Cosa nostra tra cui la morte del giornalista Mauro De Mauro, e varie ombre giudiziarie. Arrestato il 24 dicembre 1992, quando era numero 3 del Sisde, il servizio segreto civile, Contrada è stato processato e condannato a una lunga reclusione (interamente scontata). La sentenza è diventata definitiva il 5 giugno 2012. Ma ha conosciuto un travagliato percorso giudiziario parallelo.

Per tre volte, tra il 2014 e il 2024, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia: all'epoca dei fatti il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non aveva ancora avuto una precisa definizione, il processo non si sarebbe dovuto fare. Da qui un cospicuo risarcimento, poi ridotto, per «ingiusta detenzione». Per l'avvocato di Contrada, Stefano Giordano, era la conferma di un «errore giudiziario». Ma Antonio Ingroia, pm del processo di primo grado, ribadì che «è un fatto insuperabile che la sentenza di condanna sia definitiva».

«Avrei voluto che questo individuo morisse in carcere, che era il luogo dove meritava di morire», commenta Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: «Contrada è responsabile di aver occultato molti misteri». L'accusa nei suoi confronti di essere nelle mani del boss Rosario Riccobono e di passare “soffiate” alla mafia si basò sulle dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta a Francesco Marino Mannoia. Il più deciso accusatore di Contrada è stato Gaspare Mutolo che Contrada, in preda all'esasperazione, colpì con un quadro durante le indagini sull'uccisione dell'agente Gaetano Cappiello in un'operazione antiracket.

L’incontro con Borsellino

Mutolo è stato anche protagonista di un episodio che ha alzato altre ombre. Nel luglio 1992, pochi giorni prima della strage di via D'Amelio, il giudice Paolo Borsellino era andato a Roma per interrogare il pentito. Dal colloquio era emerso anche il nome di Contrada. Grande fu quindi il suo «turbamento», ricorda Ingroia, quando, in occasione dell'insediamento dell'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, Borsellino incrociò proprio Contrada. Tra i tanti sospetti e misteri di quel tempo anche quello del sostegno che all'ex numero 3 dei Servizi sarebbe venuto dalla massoneria e dagli ordini cavallereschi: la seconda vita di un uomo dello Stato che, dalle inchieste degli anni Settanta, era passato alla gestione degli 007. Una delle ultime polemiche è scoppiata sulla gestione dell'inchiesta sulle stragi del 1992 quando il procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, promotore di una loggia massonica coperta, affidò a Contrada un incarico investigativo.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi

COMMENTI