Bitti.

“Misuriamo le distanze”, la lezione di Bandinu ai giovani 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

«Dove noi abbiamo questa componente reattiva di tipo psicologico ed emotivo, ci manca invece l'appartenenza più vera, che è quella di una coscienza della sardità (...) superare quel complesso di inferiorità che ci costringe a un’immagine negativa dell'essere sardi (…). In questo mio libretto voglio porre questo interrogativo: com’è possibile vivere positivamente la tua appartenenza locale e la tua appartenenza globale, in modo da non viverla in maniera dissociata ma con una tessitura costruttiva?»

Le parole di Bachisio Bandinu, pronunciate nel 1996 durante la presentazione di “Lettera a un giovane sardo”, sono riecheggiate ieri sera tra le sugherete del suggestivo sito archeologico Romanzesu, a Bitti. Parole di trent’anni fa, antecedenti ad eventi di entità globale che hanno cambiato per sempre la traiettoria della nostra economia e della nostra mentalità. Parole che comunque risultano indiscutibilmente attuali e che sono diventate il cuore dell’incontro “Misurare le distanze”, indetto proprio in onore dell’antropologo bittese.

In 140 hanno assistito all’evento organizzato dalla rete Nodi con professionisti locali. «Nodi è nata per connettere il capitale umano dell’isola tra chi è partito, chi è rimasto, chi è tornato e chi è arrivato da fuori», ha spiegato Federico Esu.

La serata, accompagnata dalle letture di Adriana Demelas si è articolata in tre momenti. Nel primo, moderato da Matteo Pala, si è parlato di chi ha scelto di restare e fare impresa in Sardegna, con testimonianze che hanno raccontato difficoltà e scelte capaci di trasformare i limiti del territorio in occasioni: «Ci vuole coraggio a tornare, ma ci vuole anche coraggio a restare».

Il secondo blocco, moderato da Claudia Pala, ha affrontato il tema della partenza e del ritorno. Se un tempo l’altrove appariva remoto, oggi i social lo rendono apparentemente vicino. Il confronto con i limiti dell’isola arriva spesso nell’età adulta. Da qui la necessità di una consapevolezza sarda capace di aprirsi al mondo senza rinunciare alla propria identità.A chiudere, il terzo momento, moderato da Federico Esu, dedicato alle trasformazioni future. Dall’Einstein Telescope al Parco di Tepilora. «Non bisogna subire il futuro, ma studiarlo».

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

• Accedi agli articoli premium

• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi

COMMENTI