«Gli italiani hanno deciso, e noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia». Le prime parole di Giorgia Meloni dopo la vittoria del No al referendum sono affidate a un videomessaggio sui social, nel quale commenta l’esito delle urne che non premia quanto lei e il governo avevano promosso.
«La sovranità appartiene al popolo e gli italiani si sono espressi con chiarezza», continua Meloni. Che cerca di trovare qualcosa da salvare. «Il governo ha fatto quello che aveva promesso: portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. L’abbiamo sostenuta fino in fondo e poi abbiamo rimesso la scelta ai cittadini e i cittadini hanno deciso. E noi come sempre rispettiamo la loro decisione».
Gli sviluppi
«Non me ne vado se perdo al referendum», aveva messo in chiaro Meloni prima del voto. Ma è subito chiaro che la contesa sia solo politica. La vittoria del No priva la premier della sua aura di invincibilità e resta sullo sfondo il cuore tecnico della riforma: separazione delle carriere tra Pm e giudici, due Csm e un’Alta Corte per giudicare i magistrati.
Ieri, a Palazzo Chigi, Meloni non si è fatta praticamente vedere. «È andata molto male», dice un alto in grado di Fratelli d’Italia. Peggio delle aspettative più cupe, perché l’esito è stato, vista l’affluenza record, anche «un voto contro il governo». Meloni non lo direbbe mai ma ne è consapevole. Ne parla coi suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che sente per fare prime valutazioni di un risultato che coglie il centrodestra parecchio di sorpresa visto l’esito netto.
Il commento
Il pensiero di Meloni è espresso più o meno con gli stessi toni dal suo vice Tajani: «Il popolo sovrano si è espresso e ci inchiniamo alla sua volontà», afferma il leader di Forza Italia. «Si è espresso con un grado molto alto di partecipazione e questa, al di là del risultato, è una grande prova di democrazia. Abbiamo fatto tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera. Gli italiani sono stati di diverso avviso e ne prendiamo atto col massimo rispetto».
Il vicepremier ricorda come chi sosteneva il Sì abbia «fatto tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera», evidenzia. Per Tajani rimangono due questioni fondamentali: «La prima è che per l’attività di governo non cambia nulla», aggiunge. «Lo abbiamo detto per tutta la campagna elettorale: abbiamo unicamente chiesto un voto sul merito della riforma, non un voto sull’esecutivo. La seconda è che la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai a occuparcene».
Compattezza
Salvini taglia invece corto con una breve nota: «Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione», dichiara mentre è impegnato a Budapest. «Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione».
«Il risultato del referendum è quello di legittimare una azione della magistratura su temi che per gli italiani oggi sono dirimenti», segnala Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza. «Chiedono maggior controllo dell’immigrazione illegale e di essere maggiormente incisivi in termini di sicurezza. Finora su questi argomenti abbiamo visto che molte delle norme attuate vengono poi indebolite da decisioni prese dalla magistratura: la preoccupazione è che questa azione potrebbe diventare ancora più invasiva».
La coalizione
La premier dovrà occuparsi anche degli equilibri nella sua coalizione. Bocciata l’unica riforma costituzionale del governo, si pone un’ipoteca anche sul destino di esponenti del sottogoverno. Come il capo di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi, che aveva incendiato lo scontro politico nelle scorse settimane dicendo «Con la vittoria del Sì ci togliamo di mezzo i magistrati».
Ci sarà poi da affrontare il caso di Andrea Delmastro, che ha creato più di qualche imbarazzo nell’esecutivo. Il sottosegretario alla Giustizia è rimasto nella sua Biella a seguire lo spoglio ma la premier potrebbe chiamarlo nelle prossime ore, una volta rientrato a Roma, almeno per un chiarimento, e c’è chi non esclude decisioni più drastiche. Poi sarà Meloni a partire verso Algeri, a dimostrare che l’azione di governo non subisce battute di arresto da quella che è, per lei, la prima palese sconfitta.
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