il conflitto

Khamenei, mistero fitto: «Non risponde ai messaggi» 

Non è chiaro chi sia a condurre i negoziati per il regime Il nuovo leader continua a non farsi vedere in pubblico 

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La retromarcia di Donald Trump sugli attacchi alle centrali elettriche infittisce un mistero, quello della leadership iraniana, che non trova soluzione. Perché la decisione del presidente Usa è stata presa in nome di un «negoziato» guidato da «un alto funzionario iraniano» che - parola del tycoon - non è Mojtaba Khamenei.

«Ferito e isolato»

La nuova Guida suprema è sempre più nell'ombra, descritta al Washington Post da funzionari americani e israeliani come un uomo «ferito, isolato e che non risponde ai messaggi». E mentre i media riportano che sarebbe il potente capo del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, a guidare i negoziati da parte di Teheran, lui stesso ha categoricamente smentito su X parlando di «notizie false per manipolare i mercati».

Contraddizioni che alimentano l'incertezza, ma che in ogni caso segnalano un possibile avvicinamento americano a una figura emersa ormai come chiave nella Repubblica islamica. Ciò che resta chiaro è il silenzio ormai assordante di Mojtaba Khamenei, guida di nome ma forse non di fatto. Dopo il suo primo discorso come nuovo leader - letto da una conduttrice tv - e un messaggio di condoglianze dopo l'uccisione in un raid di Ali Larijani, l'erede di Ali Khamenei è sparito dai radar, lasciando il campo alle voci più disparate. Stando a quanto riferito, Mojtaba risulta infatti irreperibile: alcuni funzionari iraniani avrebbero tentato di organizzare incontri di persona con la guida suprema senza successo, per motivi di sicurezza.

L'ayatollah non si è mai fatto vedere in viso né sentire per messaggio audio dall'inizio della guerra. Alimentando le speculazioni sul suo vero stato di salute e sul fatto che non sia lui a tenere le redini dell'Iran. Secondo fonti israeliane citate dai media, il suo silenzio ha infatti rafforzato la presa sul Paese dei pasdaran e di alcuni religiosi e politici. È qui che entra in gioco Ghalibaf: il 64enne capo del parlamento iraniano è emerso come la figura di spicco della Repubblica islamica in seguito all'assassinio di numerosi alti funzionari e sembra svolgere un ruolo chiave.

L’altro protagonista

A differenza di Khamenei, nelle ultime settimane ha pubblicato numerosi post su X e rilasciato interviste per dare voce all'ala più dura del regime. Tuttavia, consapevole della minaccia alla propria incolumità, ha evitato manifestazioni in pubblico, a differenza ad esempio del defunto Ali Larijani. Ghalibaf ha accumulato una vasta esperienza militare e civile: noto per la sua feroce ambizione, si è candidato alla presidenza diverse volte senza successo, in particolare alle elezioni del 2005 dove fu sconfitto da Mahmoud Ahmadinejad.

Pilota qualificato, ha combattuto nella guerra Iran-Iraq scalando i ranghi fino a raggiungere i vertici della gerarchia militare alla fine degli anni '90, quando divenne comandante delle nascenti forze aerospaziali dei pasdaran. Nel 1999 fu nominato comandante della polizia nazionale. E dopo la sconfitta al voto del 2005, è stato prima sindaco di Teheran per 12 anni, e poi presidente del parlamento dal 2020. Le organizzazioni per i diritti umani lo hanno accusato di avere un ruolo chiave nella repressione delle proteste antigovernative, da quelle studentesche del 1999 fino alle ultime manifestazioni di gennaio.

Con un simile curriculum, non è impensabile ritenere che gli Stati Uniti lo scelgano per provare a intavolare un negoziato. Secondo un alto funzionario iraniano citato da Reuters, gli Usa hanno richiesto un incontro con il presidente del parlamento già per sabato.

Ma nella giungla delle indiscrezioni, soltanto il tempo potrà portare chiarezza sul futuro della via diplomatica per chiudere la guerra.

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