L’anno nuovo non è partito sotto buoni auspici per l’assistenza primaria. Dal primo gennaio decine di medici di base stanno andando in pensione, da Cagliari a Sassari, nei centri grandi e piccoli, e nei paesi, ad esempio a Bitti, Lula, Onanì, Gavoi e altri – con la sanità già sull’orlo della desertificazione – sta risuonando forte l’allarme, mentre i sindaci sono mobilitati per far fronte all’emergenza.
Nelle città i pazienti vanno a caccia dei “sostituti”, e per gli anziani sorge il problema dell’eventualità di dover cambiare ambulatorio, in un indirizzo diverso dal vecchio, magari più lontano dal quartiere di residenza. Nei territori si cerca di tamponare le falle con gli Ascot, gli ambulatori straordinari di comunità, con le enormi criticità segnalate da cittadini e camici bianchi.
L’allarme
«Siamo in un momento di forte crisi», avverte Federico Contu, segretario regionale del sindacato Fimmg, «nel 2026 sono tantissimi i medici di medicina generale che vanno in pensione, l’emorragia dovrebbe rallentare l’anno prossimo, quando gli ingressi supereranno le uscite, intanto però dobbiamo garantire le cure primarie ai sardi e per farlo, dato che le risorse umane sono limitate, bisogna utilizzare con maggiore efficacia gli strumenti che abbiamo a disposizione. Gli Ascot – che però devono essere strutturati diversamente, perché oggi non hanno supporto logistico dalle Asl e hanno carichi di lavoro insostenibili – e la proroga della legge 2/2025che consente l'impiego di medici in pensione per affrontare la carenza. Queste misure possono aiutare, certo, ma è necessaria una visione strategica di più ampio respiro».
Le carenze
Una settimana fa la presidente della Regione Alessandra Todde, nella sua veste di assessora ad interim alla Sanità, ha partecipato alla Conferenza sociosanitaria della Asl 8, con 70 sindaci (un ambito che comprende una popolazione di 540mila persone, dall’Area vasta cagliaritana all’area ovest, dal Sarrabus Gerrei, al Sarcidano, dalla Barbagia di Seulo alla Trexenta). Tra le altre cose ha evidenziato che «la carenza di medici di medicina generale è un problema serio: ne mancano circa 473», e ha ricordato anche la recente firma degli accordi integrativi (anche per i pediatri di libera scelta), con l’introduzione «di meccanismi incentivanti finalizzati a incoraggiare l’esercizio della professione in contesti disagiati e disagiatissimi».
I tavoli
Spiega ancora il dottor Contu: «I giovani medici non vogliono andare a lavorare nelle zone disagiate per una serie di motivi: perché lavorano da soli, perché sono isolati da tutte le strutture, perché non si sentono supportati, perché non possono prendere ferie. Dunque, è importantissimo attivare gli incentivi, purtroppo a oggi del tutto bloccati».
Prosegue il segretario Fimmg: «Al di là della politica, dei passaggi istituzioni necessari e dovuti dopo la sentenza della Corte costituzionale, al di là delle festività, esiste la realtà di ogni giorno. La macchina non si può fermare completamente, invece purtroppo succede. Il tavolo regionale per la deburocratizzazione doveva partire a novembre e ancora non se ne sa niente; si attendeva un accordo per la quota oraria negli Ascot che ancora non c’è; e riguardo agli incentivi per le zone disagiate, dovevano essere inseriti in un nuovo accordo che, come sindacato, stiamo sollecitando da tempo, ma della convocazione delle delegazione trattante non si intravede traccia. Siamo ancora in una situazione di paralisi decisionale, in un momento estremamente critico per la medicina generale e le cure primarie, e non ce lo possiamo permettere: ogni giorno che passa è un giorno in più con comuni senza medico, persone senza assistenza, con tutti i danni di salute che ne derivano».
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