La tragedia di Sestu

Lacrime e preghiere per il piccolo Lorenzo 

Il dolore della madre che accarezza la bara bianca: «Non è giusto» 

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Il dolore sordo filtra tra i sussurri laceranti di mamma Eleonora. «Non ce la faccio. Non è giusto». Piange, la sorreggono. «Me l’hanno portato via». Fatica a separarsi dalla piccola bara bianca pronta a essere adagiata nel carro funebre.

Tutt’attorno è un silenzio quasi irreale; forse doveroso, in una mattina dove anche il sole ossequioso sembra non scaldare abbastanza e tutti bisbigliano. Lo fa la donna minuta coi capelli bianchi e il rosario stretto in pugno: «Non si può morire così». Dice anche lei che non è giusto, mentre volge lo sguardo al cielo che non dà conforto né risposte. Ed è come una cantilena, che squarcia la coltre di lacrime e sgomento, con una famiglia distrutta e una comunità che piange anche senza la proclamazione del lutto cittadino. È tutta lì, riunita nel piazzale della chiesa di San Giorgio. Troppo piccola per far spazio a chi ha voluto accompagnare Lorenzo nel suo ultimo viaggio.

Silenzio e preghiere

Mezz’ora prima delle dieci è una processione senza sosta nella casa del Signore, dove Sestu si ritrova per salutare il piccolo Lorenzo, che avrebbe compiuto 5 anni ad aprile, morto domenica soffocato da un pezzo di wurstel, davanti all’impotenza di papà Stefano Corona, mamma Eleonora e della sorella. Sono lì, in prima fila, con gli occhi fissi sulla bara candida, ai piedi dell’altare, sotto lo sguardo compassionevole di un Cristo che non riesce a dar conforto.

Non oggi, con lo strazio forse ancora troppo terreno per far entrare la fede consolatoria che predica il parroco ai tanti presenti. «Questa mattina ci ritroviamo qui, tutti raccolti, in silenzio, trafitti dal dolore e incapaci quasi di respirare». Le parole di don Sergio Manunza camminano con delicatezza tra le bancate affollate e poi diventano lame. «La morte di un bambino pesa più di ogni altra, perché è una ferita che lacera le nostre certezze. Perché contraddice quello che è l'ordine naturale delle cose. Un figlio non dovrebbe mai precedere i genitori. Non dovrebbe, eppure è accaduto». Papà Stefano scuote il capo senza togliere gli occhiali scuri, mamma Eleonora singhiozza, Aurora ha lo sguardo perso nel vuoto come a cercar risposte che manco la fede può riuscire a dare. «Davanti a un dolore come il vostro non ci sono parole che possano consolare. Il silenzio potrebbe bastare. Il silenzio e le lacrime», dice il sacerdote.

Il saluto dei compagni

Ci sono i palloncini bianchi, appesi al cancello e alle finestre della scuola davanti alla chiesa; dove da lunedì c’è un banco vuoto e tanti altri perché davanti a una tragedia inaccettabile per gli adulti e forse ancor più per i compagnetti di Lorenzo. Troppo piccoli per capire e probabilmente anche per essere presenti in questa mattina che ha l’odore acre della sofferenza e quello amaro di un’ingiustizia. L’affetto per l’amico l’hanno messo per iscritto, nella lettera affidata all’insegnante e letta dall’altare. «Parlare di Lorenzo non è facile, perché quando un bambino va via lascia un silenzio che pesa e insieme qualcosa di prezioso: i ricordi».

Sono tanti, più dei grani del rosario che la donna dai capelli bianchi stringe più forte. «Lorenzo era un bambino dolcissimo, intelligente, sensibile, intuitivo. Aveva uno sguardo capace di capire più di quanto dicesse con le parole. Era amato dai suoi compagni, preciso, attento alle cose, anche se lo ricordiamo con un sorriso, quando c’era da fare un elaborato diceva: “Maestra, lo faccio dopo. Ora sono stanco”». Perché era soltanto un bambino; un bambino che avrebbe compiuto cinque anni tra poco più di un mese, e avrebbe voluto e dovuto giocare.

Il dolore

No, non c'è bisogno della proclamazione ufficiale del lutto cittadino per condividere dolore e silenzio. Una formalità che nulla toglie o aggiunge a una comunità duramente scossa e in ginocchio. Come se Lorenzo fosse figlio, nipote, compagno o amico di tutti. Così, durante la Comunione, un agente in divisa posa sulla bara bianca una piccola moto giocattolo della Polizia. Anche se Lorenzo non potrà più giocare.

Allora è umano e certamente lecito domandarsi perché. «Perché la vita di un bambino così vivace, solare, che correva e riempiva la casa di allegria si è spezzata? Perché così presto? Perché il Signore non l'ha salvato? Queste domande appartengono all'esperienza di ogni uomo che si confronta con il dolore e il mistero della morte», spiega don Sergio. «Non abbiamo delle risposte, ma abbiamo una presenza, quella di Gesù».

Ma forse non basta, non oggi che il dolore schiaccia cuore e anima e la piccola bara bianca che profuma d'innocenza fa pensare solo a quel sussurro lacerante di mamma Eleonora. «Non è giusto, non ce la faccio». È racchiusa lì, l’essenza del dolore, di una famiglia distrutta e di una Comunità stretta e sofferente. Con il sorriso di Lorenzo candido come il bianco dei palloncini che a fine messa s’alzano in un cielo che d’un tratto pare diventare un po’ più scuro.

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