Nessuna sorpresa che “Prove tecniche di empatia” sia stato uno dei film più apprezzati del Figari International Short Film Fest. In concorso nella sezione Regionale alla sedicesima edizione, andata in scena sino a sabato a Golfo Aranci, il cortometraggio scritto e diretto da Jacopo Cullin offre allo spettatore un pugno e una carezza insieme. Perché parla di una realtà fatta di giovani, fragilità, immedesimazione e riscatto.
«È iniziato tutto quando dal Comune di Sarroch mi hanno contattato perché volevano che parlassi di bullismo con i ragazzi», ci racconta l’attore cagliaritano. «Non essendo io preparato ho pensato “usiamo le mie armi”, cioè il cinema, e dal momento che quasi tutti volevano recitare mi sono inventato un laboratorio teatrale», dice ancora Cullin. «Per un mese e mezzo, con ragazzi tra i 14 e i 22 anni che non avevano mai fatto nulla di simile, ci siamo incontrati anche due volte a settimana. Ho lavorato con loro sulle basi: rilassamento, guardarsi negli occhi, prendersi per mano e abbracciarsi, cose strane per loro, a cui non erano abituati, e ho trovato non poche resistenze, ma piano piano», aggiunge il Matzutzi de “L’arbitro” di Paolo Zucca, diretto al cinema da Gianfranco Cabiddu, Marco Bellocchio e Riccardo Milani, «hanno riscoperto le belle sensazioni che derivano dagli esercizi sensoriali. Mentre io, dal canto mio, scrivevo il corto in cui li ho fatti poi recitare».
Il titolo “Prove tecniche di empatia” è tutto un programma.
«Nel film ho scelto di raccontare il bullismo dalla parte del bullo e non della vittima, chiedendo agli spettatori di fare lo stesso sforzo che ho chiesto ai ragazzi del seminario, ovvero di andare a vedere cosa c’è dietro il bullo. Ne è nata un’alchimia incredibile, in quattro giorni di riprese con 22 ragazzi abbiamo ottenuto un risultato che è andato oltre ogni aspettativa: il corto sta girando tanti festival e ha vinto 14 premi, ma la conquista più grande è che i ragazzi sono sbocciati umanamente, bulli e bullizzati, e sono diventati un gruppo unito. Prima ancora di aver visto il film e della fase di montaggio, i genitori mi scrivevamo per ringraziarmi, e con l’amministrazione stiamo già pensando al bis».
C’è un aspetto che l’ha colpita di più durante la lavorazione?
«Nel corto ci sono battute sentite durante il laboratorio. Mi ha colpito, per esempio, che quando qualcuno del gruppo seduto in cerchio iniziava a parlare, il bullo faceva commenti per disturbarlo. Io, però, non l’ho ripreso: volevo che ciascuno di loro si sentisse al sicuro, per creare un guscio in cui i ragazzi potessero essere liberi di raccontare e sperimentare».
Il cinema può essere terapeutico?
«Io ci credo moltissimo. Sono cresciuto in un periodo storico in cui il cinema era formazione, dove c’era sempre il lieto fine che dava speranza, che a quell’età è fondamentale, e attraverso questo progetto i ragazzi hanno capito che impegnandosi si possono portare a termine le cose. Siamo stati anche 10 ore sul set, e loro l’hanno fatto in maniera estremamente professionale: hanno imparato a lavorare sodo per ottenere un risultato, e questa è stata la lezione più grande».
E la soddisfazione più grande, invece?
«Vederli in lacrime per la commozione: è stato emozionante. A 44 anni, età in cui mi rendo conto di essere professionalmente più concentrato sugli altri che su me stesso, la cosa che mi interessa di più è emozionare.
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