L’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil in un raid israeliano nel sud del Libano riaccende con forza le tensioni tra Beirut e Tel Aviv e complica il secondo round di colloqui in corso alla Casa Bianca per tentare di estendere la fragile tregua in scadenza domenica prossima. Nella nottata però il presidente americano Donald Trump ha annunciato che il cessate il fuoco tra Israele e Libano è stato esteso di tre settimane, affermando anche di attendersi che i leader dei due Paesi lo incontrino a breve ed esprimendo fiducia sulla possibilità di definire un accordo di pace permanente entro l’anno.
La ricostruzione
L’uccisione della giornalista, insieme al ferimento del fotografo freelance Zeinab Faraj, aveva provocato un nuovo scontro diplomatico con Israele, mentre sul terreno continuano bombardamenti, attacchi incrociati e vittime civili. Secondo Beirut, i due operatori dell’informazione sarebbero stati colpiti deliberatamente. Dopo un primo raid aereo che aveva centrato il veicolo su cui viaggiavano uccidendo due uomini, Khalil e Faraj si sarebbero rifugiati in una casa, poi colpita. Faraj sarebbe stato estratto vivo, mentre Khalil è rimasta intrappolata sotto le macerie per ore prima del recupero del corpo. La reporter, 43 anni, lavorava per il quotidiano Al-Akhbar e da anni documentava il Libano meridionale, teatro di operazioni militari israeliane, denunciando distruzioni e abusi. Nel 2024 aveva anche riferito di minacce ricevute da un numero israeliano, con avvertimenti a lasciare l’area e minacce personali.
Beirut accusa inoltre l’Idf di aver colpito un’ambulanza diretta a soccorrere i giornalisti nel villaggio di Al-Tiri, ostacolando i soccorsi. Il primo ministro Nawaf Salam ha parlato apertamente di violazione del diritto internazionale, affermando che «prendere di mira i giornalisti e impedire i soccorsi costituisce un crimine di guerra» e annunciando il ricorso a sedi internazionali. Sulla stessa linea il presidente Joseph Aoun, secondo cui Israele colpirebbe deliberatamente i reporter per impedire la diffusione di informazioni sul conflitto.
«Episodio sotto esame»
L’esercito israeliano ha dichiarato che l’episodio è ancora sotto esame e ha respinto le accuse di attacchi intenzionali contro giornalisti e di ostacolo ai soccorsi, sostenendo di agire contro obiettivi militari e infrastrutture di Hezbollah.
A caccia di un accordo
Le tensioni si riflettono direttamente nei negoziati alla Casa Bianca, che vedono coinvolti l’ambasciatrice libanese negli Stati Uniti Nada Hamadeh Moawad e l’omologo israeliano Yechiel Leiter. Secondo fonti libanesi, Beirut oltre al cessate il fuoco punta a un accordo più ampio: cessazione completa degli attacchi, ritiro delle truppe israeliane dal Libano, rilascio dei prigionieri libanesi detenuti in Israele, dispiegamento dell’esercito libanese lungo il confine e avvio della ricostruzione.
Tregua violata
Il premier libanese Nawaf Salam ha inoltre chiesto all’amministrazione statunitense di esercitare pressioni su Israele per ridurre le proprie richieste e accettare un ritiro completo dell’Idf, sottolineando che Beirut non firmerà alcun accordo senza tale condizione.
Sul terreno, intanto, la tregua viene continuamente violata. Da un lato si registrano attacchi israeliani nel sud del Libano: sono stati colpiti Nabatieh e il villaggio di Yater, causando tre morti e due feriti, tra cui un bambino.
Parallelamente, Hezbollah ha rivendicato tre attacchi contro posizioni israeliane oltre confine.
Il destino di Unifil
L’Onu, mentre valuta il futuro della propria presenza dopo la prevista fine del mandato Unifil a dicembre, tenta di mantenere un ruolo di stabilizzazione. L’Idf ha ribadito l’avvertimento ai civili di non rientrare nei villaggi del sud, considerati area di operazioni militari attive.
Al tavolo della Casa Bianca, secondo una ricostruzione di Axios, avrebbe preso parte in prima persona il presidente Donald Trump, nella mediazione statunitense per ottenere un’estensione del cessate il fuoco e contenere il rischio di escalation.
Washington punta a guadagnare tempo in attesa di un’intesa più stabile tra parti.
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