L’ha sentito mercoledì pomeriggio, prima una chiacchierata al telefono, l’uno a Sassari e l’altro a Villacidro, poi qualche messaggio di saluto intorno alle 20. «Non posso credere che oggi non ci sia più», dice Riccardo Gioi con un filo di voce. Ventiquattro anni compiuti nei giorni scorsi, studente del corso specialistico di Agraria, è il migliore amico di Leonardo Mocci. «Era tranquillo, come al solito. Da qualche tempo non ci sentivamo per via dei nostri impegni, io lo studio e lui il lavoro», racconta. «Abbiamo parlato del più e del meno, niente di particolare». E no. «Non mi ha detto che programmi aveva per la serata, non è capitato».
«Un ragazzo buono»
«Amici dai tempi dell’asilo, sempre insieme». Cresciuti insieme a Villacidro, finché le scelte di giovani uomini ne hanno separato le strade. «Dopo il diploma io ho proseguito gli studi a Sassari, mentre lui, preso il diploma al Nautico di Cagliari ha scelto di lavorare».
L’impegno e le passioni
Un grande lavoratore, così, da tutti in paese, viene descritto Leonardo. Muratore abile e scrupoloso, era impiegato nella piccola impresa edile del padre. «Nel tempo libero, invece, amava allenarsi, corsa e boxe, anche perché aveva un sogno: entrare nell’Esercito e diventare un paracadutista». Il fisico allenato e forte («Era ben messo, alto uno e 85»), il carattere mite e solare. «Era un ragazzo buono, e non lo dico perché è, e resterà, il mio migliore amico. Era benvoluto da tutti». Racconta delle uscite insieme in ogni parte dell’Isola, anche a Desulo dove la famiglia di Riccardo ha radici. «Sto ricevendo tantissimi messaggi di cordoglio e chiamate da tutta la Sardegna, il telefono non fa che trillare».
La terribile notizia
Da ieri mattina Riccardo è nella casa del lutto, accanto a Mondo e Rosangela, i genitori di Leonardo, e ai due fratelli. «Sono arrivato da Sassari a rotta di collo. Mi ha svegliato mio cugino intorno alle 7, bussando forte al portone. “Hanno ucciso Leonardo”, diceva piangendo, e io mi sono sentito morire». Sul telefonino si è ritrovato le chiamate della madre. «Ma avevo l’apparecchio col silenzio perché avevo necessità di riposare. Siamo partiti subito».
La festa annullata
Tutto il paese si è stretto intorno alla famiglia in lutto, e intanto anche una piccola festa di comunità (il pranzo di primavera del 25 aprile organizzato dal comitato di San Sisinnio) è stata annullata. «Una tragedia che ha scosso tutti», dice il sindaco Federico Sollai. «Una giovane vita spezzata è una perdita enorme. Come amministrazione e come comunità siamo vicini alla famiglia».
«Tutto è cambiato»
Don Angelo Pittau, invece, ha parole di grande sconforto. «Io non riconosco più il mio paese», avvisa. Villacidrese doc, classe 1939, una storia di sacerdote di provincia (è stato qui parroco per ventinove anni, e molti altri a Guspini) e di missionario nel mondo, celebra messa tutti i giorni e presiede il centro d’ascolto da lui fondato (assieme a diverse comunità di recupero sparse nel territorio). «Il mio paese è profondamente cambiato, così come sono cambiati i paesi del circondario, di tutto il Medio Campidano. Una volta queste erano comunità con una forte etica del lavoro: la fatica in miniera, nelle fabbriche, in campagna. Il lavoro era dignità. Oggi, invece, succede che le famiglie pensano solo al benessere, al guadagno, ad accontentare i figli senza trasmettere il valore della fatica, dell’impegno». È la radiografia del mondo, quella scattata da monsignor Pittau. «Non riconosco più la mia terra».
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