La Nuoro del primo Novecento accolse divisa l’arrivo della statua del Redentore modellata da Vincenzo Jerace. Per realizzarla il Comune non diede un soldo. Perché – primo firmatario nientemeno che l’intellettuale Antonio Ballero – non ci sarebbero stati soldi da destinare alla bisogna. E piuttosto bisognava «destinarli a sollevare i molti mali e l’estrema miseria di questa popolazione». Tra i consiglieri illustri c’era pure il poeta Sebastiano Satta, anch’egli – giurano gli storici – contrario allo stanziamento. Come è noto, lo scultore calabrese la plasmò , ma servivano comunque 14mila lire per acquistare i materiali e garantirne il trasporto nell’Isola. Così soltanto la prodigalità dei cittadini, una donazione dello stesso Jerace (50 lire) e la sottoscrizione popolare lanciata da Grazia Deledda su L’Unione Sarda, fecero sì che venissero reperite le finanze necessarie. Fuori tempo. La statua sarebbe dovuta arrivare a Nuoro nell’anno giubilare 1900, accogliendo la volontà di Papa Leone XIII che voleva un monumento al Cristo in 20 città italiane, e invece fu collocata al Monte soltanto l’anno dopo.
Divisi
L’indifferenza diventò subito ostilià, laici e anticlericali organizzarono una festa parallela alla processione al Monte. Separazione consensuale, non senza cattivi auspici, visto che «si incendiò il capannone che ospitava sos jocos de fogu ».
Franco Stefano Ruiu, ottantuno anni, fotografo documentarista, nuorese de Sa Codina, ha ripercorso le vicende del Redentore dalle origini ai giorni nostri, grazie al libro di Elettrio Corda, “Una montagna chiamata Ortobene” e alle testimonianze del compianto Nicola Porcu, memoria storica della città. E il filo conduttore della storia, dalla collocazione della statua in bronzo in cima all’Ortobene fino ai giorni nostri, è riassunto in un solo sostantivo: irriconoscenza o, secondo un neologismo di senso patologico, “redentite”. «Basti pensare – ricorda Ruiu – al fatto che nessuno volle finanziare la realizzazione dell’opera. Neppure l’amministrazione comunale dell’epoca. Per capire quale fosse l’entità dell’esborso (quattordicimila lire e spiccioli, appunto), basta ciò che mi riferì Nicola Porcu: , emigrato in argentina, quando tornò a Nuoro con 150 lire comprò un giogo di buoi con tutte le sue dotazioni. Dunque il sostegno del Comune sarebbe servito eccome».
La festa e il lutto
Jerace completò la statua nonostante le resistenze nuoresi e il dolore vissuto sulla propria pelle per la perdita della moglie Luisa, scomparsa quattro mesi prima che l’opera venisse inaugurata. Alla cerimonia lo scultore, prostrato dal dolore, non partecipò. Arriverà a Nuoro l’anno successivo. «Volle salire a cavallo al Monte – dice Ruiu – ma lungo il sentiero decise che avrebbe raggiunto la vetta a piedi. Si perse, poi ritrovò la via maestra e arrivò alla statua». Sul Cristo bronzeo incise: “Luisa, morta mentre ti scolpiva”. Passano gli anni e Nuoro continua a coltivare l’indifferenza. Posto che in città non c’è via Jerace, il Comune tardivamente pensa di rimediare all’oblìo intitolando una strada a sua moglie, nel quartiere di Santu Predu. L’idea resta sulla carta, o meglio in un bassorilievo al Monte e in un’insegna che sopravvive nei pressi della chiesa del Rosario, perché nel frattempo muore il senatore Gian Pietro Chironi e quella dedica va a lui.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
