Nel governo italiano prevale una linea di estrema cautela di fronte al conflitto in Iran, fondata sulla necessità di privilegiare diplomazia e dialogo multilaterale. L’obiettivo dichiarato è favorire una de-escalation e scongiurare un allargamento della crisi, con particolare attenzione alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio globale. Tra le ipotesi sul tavolo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha evocato una possibile missione internazionale, anche sotto egida Onu, pur riconoscendo le forti difficoltà: il coinvolgimento delle Nazioni Unite richiederebbe infatti un cessate il fuoco immediato, al momento escluso da Stati Uniti e Israele, oltre all’ostacolo rappresentato da Cina e Russia nel Consiglio di sicurezza.
La posizione italiana è stata ribadita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha escluso qualsiasi partecipazione a operazioni militari contro l’Iran, sottolineando come il ruolo dell’Italia sia quello di favorire il dialogo. In questo contesto, Roma non ha dato seguito agli appelli del presidente statunitense Donald Trump per un maggiore coinvolgimento, mantenendo una distanza politica dall’offensiva. All’interno dell’esecutivo si evidenzia inoltre una crescente preoccupazione per la crisi del diritto internazionale, segnata da decisioni unilaterali e da istituzioni percepite come sempre meno efficaci. Anche l’opinione pubblica italiana, secondo sondaggi interni, appare largamente contraria al conflitto.
Contatti allentati
Gli ultimi contatti diretti con Washington risalgono a una telefonata del 4 marzo tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio. Nel frattempo, la questione di Hormuz resta centrale nei colloqui diplomatici, anche in vista di un Consiglio europeo considerato particolarmente delicato. L’Italia mantiene un dispositivo militare prudente: la fregata Rizzo, impegnata nella missione europea Aspides nel Mar Rosso, resta lontana dall’area più critica, pur con la possibilità di rafforzare la presenza per garantire la sicurezza delle rotte commerciali, incluso il passaggio nel Canale di Suez.
Tajani insiste sulla via diplomatica anche per la gestione dello stretto, mettendo in guardia da interventi militari in un’area storicamente complessa. Crosetto ha chiarito che i Paesi non sono contrari alla sicurezza di Hormuz, ma temono che una missione possa essere interpretata come un ingresso diretto nel conflitto. Da qui l’auspicio condiviso di un’iniziativa multilaterale guidata dalle Nazioni Unite.
In difesa dei caschi blu
Parallelamente, cresce la preoccupazione per una possibile escalation in Libano. Tajani ha richiamato il rischio di una crisi simile a quella di Gaza e ha condannato gli atti ostili contro i caschi blu della missione Unifil, anche dopo la caduta di detriti di razzi sulla base italiana di Shama. Secondo Crosetto, le opzioni restano limitate: o una missione Onu disarma Hezbollah, oppure sarà Israele a farlo con la forza. In ogni caso, si ritiene necessario rivedere le regole di ingaggio di Unifil.
Via da Baghdad
Sul piano operativo, l’Italia ha avviato il ritiro del personale non essenziale dall’area del Golfo. Dopo un attacco con drone a Baghdad contro un hotel che ospitava militari italiani impegnati nella missione Nato in Iraq, è stata decisa un’evacuazione quasi totale. I soldati sono stati trasferiti prima nel Kurdistan iracheno e poi verso la Turchia, in vista del rimpatrio.
L’aiuto ai Paesi del Golfo
Roma valuta forme di supporto ai Paesi del Golfo colpiti dagli attacchi, tra cui la fornitura di sistemi di difesa come batterie missilistiche Samp-T e tecnologie anti-drone. Tajani ha confermato aiuti militari agli Emirati Arabi Uniti e la disponibilità a rafforzare le capacità difensive del Kuwait, nel quadro di una strategia che punta a contenere la crisi senza un coinvolgimento diretto nel conflitto.
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