La storia.

«Dal Kirghizistan a Cagliari: la mia vita ora è qui» 

Meriim Kyrkabai kyzy, da 7 anni in città: «Mia figlia è sarda e ne sono fiera» 

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È arrivata in Sardegna sette anni fa. Aveva trent’anni, una vita alle spalle in Kirghizistan e davanti un mondo da imparare a conoscere da capo. Oggi sua figlia ha sette anni, è nata qui e questa terra, lentamente, è diventata anche la sua. «Sto cercando di abituarmi a questo mondo, alla terra di mia figlia», lo racconta emozionata Meerim Kyrkabai kyzy, che ha lasciato Biškek, la capitale kirghisa, alle spalle. Una frase che racconta bene il percorso di una donna sospesa tra due culture, che non rinnega la proprie radici ma prova a costruire un equilibrio tutto nuovo. «Sto imparando a vivere qui, ad amare questa terra».

L’inizio

All’inizio non è stato semplice: «Era tutto diverso, al contrario: la natura, le tradizioni, le leggi. Nulla era familiare e inizialmente – non lo nasconde – è stato triste per me». La difficoltà più grande, racconta, è stata trovare nuovi punti di riferimento, a partire dalla lingua. «Quando sono arrivata non parlavo molto bene l’italiano, poi tre anni fa mi sono trasferita a Cagliari e qualcosa è cambiato». Pian piano ha imparato a comunicare meglio, ad interagire con le persone e oggi questo fa parte del suo lavoro, in un piccolo albergo di Cagliari. «Ogni giorno imparo cose nuove, parole mai sentite o mai usate». Poi c’è stata lo choc della solitudine. Fare amicizia non era scontato: «All’inizio volevo solo parlare con qualcuno – dice Meerim –. Nel mio Paese le persone cercano di includere. Qui ho sentito quasi un senso di esclusione, di diffidenza. Forse mi vedevano diversa».

Il dialogo

A darle una mano sono stati anche i social. Il suo blog e le storie che racconta hanno finito per mettere in contatto esperienze diverse, comprese quelle di tante sarde che, come lei, affrontavano momenti bui. «I social mi hanno aiutato a fare amicizia. Alle persone viene più facile contattarmi e così ho fatto pratica di italiano e sono migliorata tanto. Ho imparato molto della terra dove vivo, della cultura e a capire come stanno le cose». Non tutto, però, è rimasto difficile. «Di quest’Isola amo la natura: è un vero paradiso. I fenicotteri, il mare, i tramonti, la città, l’architettura. Sono cose che non possono non piacere». E poi Cagliari, scelta dopo Capoterra per la sua vivacità, il Poetto, la possibilità di muoversi con i mezzi pubblici. «Nel mio paese vivevo nella capitale. Cagliari era l’unica città capace di farmi vivere qualcosa di simile».

«Un ibrido»

Sette anni dopo si definisce «un ibrido tra le due culture». Molti, racconta e ride, «mi dicono che ho l’accento sardo. Non penso più solo come una kirghisa, sto cercando di prendere il meglio dalle due diverse culture, dare il meglio a me stessa e a mia figlia ed eliminare le cose che non mi piacciono». Tanto che, scherzando, racconta: «Mi sento sarda? Non lo so. Sono mamma di una sarda. Vivendo qua, a volte mi lamento come fossi cagliaritana, quando invece non lo sono». La Sardegna le ha mostrato un modo diverso di guardare ai bambini. È forse una delle cose che apprezza di più. «Mi piace come proteggono i bambini, come li trattano, con rispetto ed educazione». Per questo, quando parla di sua figlia, la voce cambia. «Non potrei pensare a un posto migliore in cui farla crescere. Sono fiera che possa chiamarla la sua terra». Restano le difficoltà: la burocrazia, la distanza tra le persone, la diffidenza, le tante cose da capire. E anche le relazioni sentimentali, un altro mondo da scoprire. Forse è proprio questa la sua nuova quotidianità: tenere insieme ciò che era e ciò che sta diventando. «Sono un prodotto del mio Paese – conclude Meerim – però ci sono delle cose che sto cercando di lasciare nel passato». E mentre continua a imparare, a fare domande, a scoprire parole e abitudini, resta una frase che sembra racchiudere questi sette anni: «Ogni giorno è una sfida e una lezione che mi fa imparare qualcosa di nuovo».

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