L’intervista

«Cos’è l’eleganza? La dignità dei miei nonni» 

Vita da supermanager: dalla pubblicità alla Fiat, dall’editoria alla moda. «La fortuna di avere capi che ti stimano» 

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L ’e leganza? I creativi ti rispondono: essere, vestirti, comportarti, nel modo che ti fa stare bene. Io penso ai miei nonni: erano eleganti perché dignitosi, con il loro abito ben stirato per la domenica. Ecco: la dignità è davvero elegante».

Sono passate le 21.30 e Fedele Usai ha appena finito di lavorare a Parigi. Dal siderale pianeta della moda di più alta fascia arriva una voce senza inflessioni ma con un qualche retrogusto isolano percettibile solo a chi ha un orecchio allenato. Nato a Quartu nel 1971, laurea in filosofia alla Cattolica di Milano, sposato, tre figli, è un supermanager approdato di recente alla corte di monsieur François-Henry Pinault. Leggi gruppo Kering, praticamente l’olimpo di chi lavora nel campo (insieme a LVMH), in portafoglio marchi come Gucci, Bottega Veneta, Saint Laurent, Balenciaga, McQueen, Boucheron e via luccicando. Casomai qualcuno si aspettasse una chiacchierata tutta frizzi e paillettes e top model, cambi pagina: qui si parla di lavoro, quello vero matto e disperatissimo. Di etica. Di passioni che ti mangiano il cuore (vedi alla voce Cagliari calcio, per dire). Di un sacco di cose che fanno di Usai un manifesto vivente della serendipità più gioiosa, un globetrotter a cinque stelle delle professioni con un tratto di garbo modesto perfino spiazzante, come se fosse stato il caso a portarlo dove siede oggi. Per far sintesi alla grossa: dalle agenzie di pubblicità alla Fiat ai vertici di Condè Nast, Vogue Italia e i suoi fratelli per intenderci, a Dolce e Gabbana. E ora, appunto, Kering. Continua a fare il pendolare con Milano, dove la famiglia ha scelto di restare fino alla fine dell’anno scolastico, e più di rado, con Cagliari e Barcellona. «Un po’ si assomigliano, anche se hanno dimensioni molto diverse. In Catalogna studia mio figlio e ho scelto di farne una base perché la qualità della vita è molto alta come oggi capita spesso in Spagna».

Partendo dall’inizio…

«Elementari e medie a Quartu, la allora famigerata Numero 3 che raccontavano come una specie di Bronx e dove io mi sono trovato benissimo. Poi i primi due anni al liceo classico Dettori».

Prima curva a gomito: Napoli, scuola militare Nunziatella, una delle più antiche del mondo. Ha le mostrine sotto la giacca elegante?

«Ma no, nei tre anni ho capito bene che la vita da militare non faceva per me. Avevo visto qualcosa in tivù sull’Accademia, mi era piaciuta, ho fatto il concorso, ammettevano 90 studenti in Italia e ce l’ho fatta. Sono diventato subito quello da ospitare, che non poteva tornare a casa per il fine settimana».

Poi Filosofia a Milano. Una scelta appropriata?

«Certo, oggi vedo tanti manager laureati in filosofia o Psicologia. Sono Facoltà che insegnano a incastrare ragionamenti conseguenziali. Ma non avevo un piano preciso, a un certo punto credevo che sarei diventato un giornalista».

E invece via nel rutilante mondo della pubblicità.

«Insomma, mica tanto. Io ho iniziato come account, strategia di comunicazione. Evidentemente ero portato. Ho iniziato a Torino, poi Milano, Roma dove ho conosciuto mia moglie».

Nuovo tornante, si cambia?

«Beh, sì, qui c’è un passaggio fondamentale. Era appena nato il mio primo figlio quando ricevo una telefonata che credevo fosse uno scherzo: ti vogliono come responsabile della comunicazione alla Fiat, quella di Sergio Marchionne e Luca De Meo, fuoriclasse assoluti. Era il tempo del lancio della Cinquecento, la Fiat navigava in acque agitate. Accetto, mi trasferisco a Torino, da quel sardaccio zingaro che sono, e partecipo al lancio di quell’auto che fu un successo pazzesco. Ci sentivamo parte di un momento storico».

Com’era il capo Marchionne?

«Ricordo una persona che lavorava 24 ore al giorno, una vita dedicata. Sono stato molto fortunato a lavorare con geni assoluti, Marchionne, De Meo, Giampaolo Grandi. La condizione perfetta: gente che ti ispira e crede in te. Così ti senti più leggero anche quando fai scelte difficili, in ambienti così competitivi è un attimo perdere la fiducia in se stessi».

Ma come si passa dalle auto alla moda?

«Anzitutto all’editoria. Perché quando Condé Nast mi ha chiamato, non ci ho riflettuto a lungo. Ho detto sì e poi sono diventato amministratore delegato».

Lei arriva all’editoria del fashion quando le riviste erano fabbriche di immaginario. Se diciamo Anna Wintour o Franca Sozzani, ci capiscono tutti. Instagram ha distrutto quel mondo o lo ha trasformato?

«Anna e Franca sono due ricordi cari ma io credo che oggi non potrebbero più nascere. Il digitale ha trasformato tutto, ha cancellato l’intermediazione. Io guardavo Happy days, mi sedevo sul divano a quell’ora, punto. I miei figli non capiscono neanche il concetto: sono abituati ai contenuti on demand che hai quando vuoi. L’editoria di moda è rimasta uguale a se stessa per 50 anni, poi in una manciata di stagioni è saltato tutto. Come le macchine».

Che c’entrano?

«Fino a pochi anni fa, se dovevi cambiare l’auto, la regola era leggere le cronache del Salone di Torino, poi comprare Quattroruote, poi visitare cinque concessionarie, poi tornare a casa e fare i conti su rate, finanziamenti. Oggi arrivano clienti più informati degli impiegati, tutto in un attimo».

Ha visto il lusso cambiare pelle, da simbolo di esclusività a fenomeno globale e digitale. Se dovesse definirlo?

«Direi il tempo di qualità, poter apprezzare, capire».

Vendete sogni o appartenenza sociale?

«Il lusso è un’industria, globale eppure non uguale dappertutto, ci sono mani e tradizioni ma pur sempre una filiera. Direi anche meno ostentato del passato, in qualche modo democratizzato».

Conta più l’algoritmo o il talento creativo?

«Stiamo attraversando la seconda rivoluzione digitale. La prima è stata l’arrivo di Internet, oggi siamo appena all’inizio del tempo dell’intelligenza artificiale. Eppure l’esperienza trionfa. Turismo, spa, città d’arte, concerti. Il digitale cavalca ma l’algoritmo non può creare il fatto a mano e neanche sostituire Gigi Riva».

C’è stato un incontro che le ha fatto pensare che il potere nasce anche dalla narrazione?

«Sono un uomo di comunicazione e so che la narrazione è parte del gioco. Ho visto storie di moda vere e altre artefatte, così come calciatori talentuosi e altri fatti in laboratorio».

Ha conosciuto la coda della grande stagione industriale italiana. Abbiamo ancora fiducia in noi stessi?

«Oggi il mondo è molto interconnesso, i destini dell’Italia non dipendono solo da noi. Spesso ci sottostimiamo, questo sì. Un famoso docente americano un giorno mi ha detto a New York: chi non vorrebbe essere italiano per un’ora? Più che una nazione siamo una bellissima idea di vita, convivialità, saper stare insieme».

Perché i grandi gruppi francesi del lusso sono più forti delle aziende italiane, anche se fanno shopping in Italia?

«Perché sono stati più bravi di noi a capire che il comparto poteva essere strategico per il Paese. Eppure mai come ora la moda francese e mondiale è affollata di manager italiani. Un po’ come gli allenatori che devono essere spagnoli».

Il potere fa rumore?

«A me hanno insegnato che il potere è discrezione, odio gli schiamazzi»

Che cosa cercano i giovani nel lavoro oggi?

«La felicità. Amo le nuove generazioni perché vogliono trovare un equilibrio fra impegno e qualità della vita, noi eravamo più, diciamo, doveristici».

Ha un consiglio per un ragazzo sardo che puntasse al vertice?

«Una sola cosa: segui e coltiva le passioni, la carriera è frutto di tante coincidenze. Ai miei figli dico sempre: dovete essere contenti, mettete impegno in quello che vi piace».

Da sardo, ha mai avuto la sensazione di dover dimostrare più degli altri?

«No. Per me essere sardo aveva voluto dire andare in curva nord ed entrare a 15 minuti dalla fine perché non avevamo i soldi per comprare il biglietto. E poi il viaggio in nave per andare alla Nunziatella: l’avevo scelto io ma mi sentivo un sardo con il cuore spezzato».

Ma quando ha avuto la percezione di far parte dell’élite internazionale?

«Mai, ho solo cercato di essere onesto intellettualmente e di lavorare bene».

E gli eventi?

«La parte più atroce, chiedete a mia moglie. Se non posso svignarmela, soffro».

Ha mai avuto paura di perdersi?

«No, lo dico con fierezza. Vengo da una famiglia umile ma fortissima. Mio padre mi diceva sempre: se non stai bene, torna a casa. E poi mia moglie e miei figli mi hanno permesso di pensare al lavoro in piena serenità».

Quando scende dall’aereo a Elmas, cosa vede?

«Ho una risposta brutta ma vera: vedo il potenziale, purtroppo inespresso»

E poi c’è il calcio, passione numero uno.

«Non ero mica male col pallone, domandate a Lorenzo (Piras, cronista de L’Unione Sarda, ndc.): ero un centrocampista, piedi buoni».

Ma non è arrivato per questo alla vicepresidenza del Cagliari Calcio.

«Direi di no, sono amico di Tommaso Giulini e lui sapeva che sono un tifoso sfegatato. Il Cagliari resta una realtà che ha qualcosa di romantico».

Il ricordo più forte?

«Il rientro in auto da Venezia dopo la retrocessione, con Tommaso e i nostri figli. I ragazzi dietro piangevano, noi non abbiamo detto una parola per tutto il viaggio. Eppure oggi il Cagliari è una società sana: un fallimento alla lunga può essere salutare».

Lorenzo Paolini

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