Milano. Testimoni che confermano le accuse di violenti pestaggi, taglieggiamenti e arresti illegali. Difese che cercano di far emergere contraddizioni nelle dichiarazioni e il loro stile di vita per provare a minarne la credibilità. E Carmelo Cinturrino che prende la parola per dichiarazioni “fiume” per cercare di respingere la sfilza di contestazioni, dicendo di sentirsi «umiliato», e per ribadire che non voleva uccidere Abderrahim Mansouri, ma ha reagito d’istinto per paura. È il quadro che viene a galla dalle trascrizioni dell’incidente probatorio a porte chiuse durato due giorni, il 10 e l'11 aprile, e servito a cristallizzare per l’eventuale processo le testimonianze di sei persone, tra pusher e tossicodipendenti del bosco di Rogoredo, a Milano, dove il 26 gennaio è morto il 28enne colpito da un proiettile alla testa sparato dal poliziotto 41enne, in carcere per omicidio volontario aggravato anche dalla premeditazione.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
