«Sono anche le norme internazionali, non solo quelle italiane, a imporre la tutela dei beni culturali». Porta lontano la premessa di Giuseppa Tanda, professoressa ordinaria in pensione di Preistoria e Protostoria all’Università di Cagliari, da tempo alla guida del Cesim, il Centro studi “Identità e memoria” che l’anno scorso ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento delle domus de janas come patrimonio dell’umanità. «Sessantunesimo gioiello che in Italia può fregiarsi di questo titolo». E proprio su mandato dell’Agenzia dell’Onu «abbiamo adesso il compito di indicare un meccanismo di valutazione per la tutela dei monumenti in Sardegna».
Il documento
Agli uffici di Parigi va consegnata entro dicembre la relazione. «Il Cesim – spiega Tanda – è il referente tecnico-scientifico dell’Unesco in Sardegna per le domus de janas. Il meccanismo di valutazione che indicheremo è di facile individuazione: pale e pannelli sono una delle minacce al nostro patrimonio culturale. Parchi eolici e impianti fotovoltaici devono avere altezze e distanze che non impattino su nessuno dei beni. Per farlo è necessario che Regione e ministero della Transizione energetica (Mase) siano parte attiva, visto che le autorizzazioni le concedono loro. Noi ribadiamo la nostra ferma opposizione a ogni forma di assalto».
Il principio
Il lavoro del Cesim riguarda i sedici Comuni dove ricadono le domus de janas riconosciute dall’Unesco. Ovvero, Alghero, Villanova Monteleone, Putifigari, Ossi, Porto Torres, Sennori, Castelsardo, Cheremule, Bonorva, Anela, Sedilo, Ardauli, Oniferi, Mamoiada, Goni e Villaperuccio. «Ma quel che conta – sottolinea la professoressa – è fissare un principio univoco e universale di salvaguardia». La presidente del Centro studi richiama la sentenza numero 127 del luglio scorso, con cui i giudici costituzionali hanno affermato la garanzia dell’utilizzabilità di un terreno agricolo, senza limiti di tempo. «Una vocazione territoriale – insiste l’archeologa della preistoria – che non può essere modificata con un tratto di penna e il cambio della destinazione urbanistica. La Sardegna non può avere boschi di pale e pannelli. Le zone agricole devono restare tali».
La dimensione sarda
Per inquadrare il contesto sardo basta il dato di un altro archeologo, Lorenzo Scano, professionista che ha lavorato alla datazione delle statue di Mont’e Prama: «Nelle campagne dell’Isola, tra nuraghi, tombe e dolmen, si contano tra i 15mila e i 17mila monumenti da tutelare: considerati i suoi 24mila chilometri quadrati di estensione, la Sardegna può vantare la più alta densità di beni megalitici al mondo. Un patrimonio immenso che non possiamo consegnare alle lobby delle rinnovabili. Spiace che l’altro giorno, alla Festa dell’Unità di Alghero, Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente, abbia bollato il green come l’energia del futuro, ignorando totalmente il quadro regionale, dove sempre più porzioni di territorio rischiano una devastazione senza precedenti e soprattutto irreversibile».
Il traguardo
Questi per il Cesim sono mesi decisivi: «In linea teorica noi non siamo contrari a pale e pannelli. Ma serve fissare regole certe, serie e sicure perché il paesaggio rurale sardo non diventi industriale, in nome di una transizione senza garanzie di tutela», sottolinea Tanda. Che poi: il Centro studi può ben sperare, visto i precedenti, a iniziare da Putifigari, «la cui necropoli di S’Incantu è stata fermata dal Mase dopo lo stop deciso dalla Soprintendenza del Pnrr». Su un binario morto è finito un progetto da quasi 28 megawatt. «Adesso siamo preoccupati per le richieste di connessione presentate vicino alle tombe funerarie di Su Crucifissu Mannu, a Porto Torres. Stesso discorso per il cimitero preistorico di Mesu 'e Montes a Ossi. Regione e ministero – chiude la professoressa – devono fermare in autotutela tutti gli interventi che non rispettano intanto la buffer zone, la zona cuscinetto tutto intorno al beni storici e archeologici. È questa la sola scelta di campo da fare».
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