La Sardegna che studia, produce e lavora, e quella che si muove sotto la superficie non sono due territori distinti. Sono due dimensioni della stessa società, attraversata da interessi talvolta si incrociano e che non sempre emergono dalle cronache. La seconda è un’isola sotterranea, della quale vediamo soltanto «la punta dell’iceberg», ma che pesa «come un macigno» sulla prima. È la Sardegna che Antonietta Mazzette, sociologa dell’Università di Sassari, osserva da vent’anni attraverso le ricerche dell’Osservatorio sociale sullo sviluppo e sulla criminalità in Sardegna (Oscrim).
I dati
Domani pomeriggio alle 18, nella sala Ferruccio Barreca dell’ex Regio Museo, in piazza Indipendenza 4 a Cagliari, Mazzette ne parlerà con Daniele Pulino nell’incontro «A che punto è la notte? Vivere in Sardegna tra paesi e città», per i Dialoghi di Archeologia, Architettura, Arte e Paesaggio curati da Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino. Mazzette ricostruirà le trasformazioni, Pulino analizzerà alcuni reati con grafici e mappe. Per capire che cosa cambi e che cosa ritorni.
La lettura
«Il nostro è un lavoro paziente di raccolta dati, osservazioni, lettura del racconto giornalistico», spiega Mazzette. E di studio delle sentenze, per ricostruire non soltanto responsabilità penali, ma relazioni sociali e interessi economici. Perché il crimine non esula dalla storia un territorio: ne segue i cambiamenti, ne intercetta le opportunità, talvolta ne deforma lo sviluppo.
Persistenze
Il vecchio, anzitutto, non è scomparso. Gli omicidi diminuiscono, secondo una tendenza nazionale definita dal sociologo Marzio Barbagli «decrescita felice», ma restano storicamente concentrati nell’area centro-orientale dell’isola. Persistono le armi da fuoco, usate negli omicidi e nelle rapine; negli attentati intimidatori, invece, prevalgono gli incendi. «Perché», si chiede Mazzette, «le armi non sembrano essere percepite come un disvalore sociale?» Da dove arrivano? Il recente furto in un’armeria a Sardara mostra una possibile fonte, ma la studiosa richiama anche a canali illegali esterni alla Sardegna.
Novità
«Il punto di svolta della criminalità, però, lo abbiamo in relazione al mercato delle droghe», sostiene Mazzette, per tutta la filiera: produzione, traffico, distribuzione. Le radici affondano negli anni Novanta, come mostrano le sentenze studiate dall’Oscrim. Gli stupefacenti hanno aperto la criminalità locale a interessi e reti che oltrepassano il mare. La violenza tradizionale non scompare, ma convive con un’organizzazione capace di muovere capitali ingenti e di trovare nell’isola non solo un mercato, ma anche un luogo di produzione.
Economia nera
Il problema non è solo ciò che accade nelle campagne o sulle strade, ma dove finisca il denaro. «La droga è un grande business», osserva la sociologa, e i proventi possono alimentare altri traffici illegali e, attraverso il riciclaggio, insinuarsi nelle attività lecite. Bisogna però distinguere i segnali dalle prove: dimostrare l’origine criminale degli investimenti spetta agli inquirenti e alla magistratura. Certo è che il rischio di contaminazione incrina la separazione rassicurante tra economia onesta e mondo criminale.
«Noi siamo abituati, e ci fa comodo, pensare che il crimine sia altro da noi. In realtà è un fatto intrinseco nella nostra società». È forse qui la chiave della lectio: guardare la criminalità non come un trafiletto nella cronaca nera (o un’apertura a tutta pagina, nei casi più eclatanti), ma come una lente sui rapporti fra comunità, territorio e ricchezza. ( c. m. )
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