L’inaugurazione

A Cagliari la Casa del Made in Italy 

Taglio del nastro con il ministro Urso: «Apriamo un hub di supporto per le imprese» 

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Cagliari ha la sua Casa del Made in Italy. «La ventisettesima nel nostro Paese», ha detto ieri Adolfo Urso, il ministro delle Imprese arrivato nell’Isola per il taglio del nastro, un tour che «da qui alla fine della legislatura» porterà all’apertura di uno sportello territoriale «in ogni provincia che abbia una particolare vocazione industriale, quindi produttiva».

La sede

Nel capoluogo dell’Isola la Casa del Made in Italy ha trovato spazio in via Brenta 16, dietro via Simeto, nello stesso palazzone delle Poste, quello che un tempo ospitava la sede staccata del dicastero delle Telecomunicazioni, poi diventato il Mase (Sviluppo economico). Dal 2022 è il Mimit. «La Casa – ha detto Urso – è un hub, un punto di incontro tra il Ministero e il territorio, un luogo di raccordo con il mondo dell’associazionismo e delle imprese, con la Regione, i Comuni e gli altri enti locali». E infatti c’erano tutti i rappresentanti delle istituzioni, insieme ai vertici delle sigle di categoria. Il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda; l’assessore sardo al Turismo e all’Artigianato, Franco Cuccureddu. Quindi Confindustria, Confagi, Confartigianato, Coldiretti e Camera di commercio. Ad accompagnare Urso, una delegazione guidata dal capo dipartimento del Mimit, Benedetto Mimeo, più i deputati sardi Francesco Mura, Salvatore Deidda e Gianni Lampis, di FdI come il ministro.

Il progetto

La Casa del Made in Italy trasferisce su «base locale i servizi svolti sinora su scala nazionale – ha proseguito l’esponente del Governo –. Stiamo costruendo una rete sempre più capillare, da nord a sud, e con l’apertura della sede di Cagliari proseguiamo il percorso di radicamento nelle principali province italiane per raccogliere le istanze del territorio e rafforzare il dialogo con il tessuto economico». Nessuna nuova assunzione, però. Al lavoro, negli uffici di via Brenta «il personale già in servizio» e adesso «riqualificato per questi nuovi incarichi». Destinatari dello sportello, «soprattutto «le piccole e medie imprese, quelle artigianali e chiunque svolga un'attività produttiva. La Casa del Made in Italy sarà un luogo di ascolto, informazione e assistenza ma anche di consultazione con le associazioni di impresa territoriali». L’obiettivo è anche accompagnare «le aziende nell'accesso agli strumenti messi a disposizione dallo Stato e dagli enti preposti allo sviluppo industriale e all'internazionalizzazione». Il ministro ha citato «Invitalia, Cassa depositi e prestiti, Sace e Simest», guardando pure al salto nei mercati esteri, non solo alla crescita in Italia. Per l’occasione è stato emesso un annullo filatelico.

Energia

Con le urne all’orizzonte, visto che per le Politiche si torna ai seggi a settembre del prossimo anno (ma non si esclude il voto anticipo), Urso ha rilanciato una serie di temi destinati ad accompagnare la prossima campagna elettorale. Su tutto, il nucleare, «il motivo per cui in altri Paesi l’energia costa meno». Per questo «abbiamo riaperto la possibilità di un uso civile: in Italia, quarant’anni fa», famiglie e imprese «pagavano un prezzo di gran lunga minore rispetto ad altri Stati europei perché avevamo un mix energetico fatto di idroelettrico e di nucleare, essendo noi allora il terzo produttore al mondo dopo Unione Sovietica e Stati Uniti». Poi l’incidente di Černobyl e il referendum abrogativo del 1987 che fece spegnere gli impianti di Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso (venne promosso da Verdi, Radicali e Pci).

L’accordo

Urso ha annunciato la firma di un accordo con la Francia sul «riciclo di materie prime critiche, fondamentali per le tecnologie green e digitali». Dalla produzione di pannelli solari alle auto elettriche, dagli smartphone ai chip elettronici. Il ministro ha menzionato «litio, cobalto e manganese», tutti presenti nel nostro sottosuolo ma «l’intesa verte in particolare sul divieto di esportazione di tutti i prodotti industriali fabbricati con tali elementi, una volta buttati. Anche perché l’Italia e gli altri Paesi dell’Ue sono costretti poi a re-importare questo tipo di risorse naturali».

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