POLITICA

il voto

Alle urne per le regionali: Salvini punta al 6-0, ma deve guardarsi da Zaia e Meloni

Zingaretti invece non può permettersi di perdere la Toscana, in Puglia harakiri delle forze di maggioranza
(ansa)
(Ansa)

Domenica 20 e lunedì 21 settembre oltre 21,5 milioni di italiani tornano alle urne per eleggere i governatori.

Un voto dalle importanti valenze politiche, con i leader (soprattutto Salvini, Meloni e Zingaretti) che si giocano molto. Che queste elezioni contino anche per il governo lo dimostra l'uscita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, come non aveva mai fatto, ha esortato le forze di maggioranza ad andare unite.

Cosa che non avviene in nessuna Regione, e questo è senz'altro un assist al centrodestra che, come sempre accade, quando si tratta di andare al voto si presenta sempre unito.

Sette le Regioni alle urne. Escludendo la Valle d'Aosta, dove la Lega va forte ma non c'è l'elezione diretta del governatore, che di solito è un autonomista, si parte dal 4-2 per il centrosinistra, che governa Campania, Puglia, Marche e Toscana, contro Liguria e Veneto che hanno Giunte guidate dal centrodestra.

Salvini punta al 6-0, dando sponda a Di Maio, secondo il quale partendo da questi presupposti anche un 5-1 per il centrodestra sarebbe comunque una sconfitta.

In Veneto la partita più scontata: il governatore Luca Zaia si avvia verso un plebiscito contro Arturo Lorenzoni (Pd), Daniela Sbrollini (Iv) ed Enrico Cappelletti (M5S). Ma anche qui Salvini ha da temere: se la lista di Zaia ottenesse più voti di quella del Carroccio il governatore, già spauracchio del numero uno della Lega, si lancerebbe sempre più verso la leadership nazionale.

Anche in Liguria è favorito il governatore uscente Giovanni Toti: se la vedrà con il giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa, che ha unito Pd e M5S, e il candidato di Italia Viva Aristide Massaro.

Idem in Campania, dove Vincenzo De Luca sulla carta dovrebbe essere rieletto per il secondo mandato. Appoggiato da Pd e Italia Viva, il governatore sfida Stefano Caldoro di Forza Italia e Valeria Ciarambino del M5S, che ha troppo avversato De Luca per poterlo appoggiare in queste regionali.

In Toscana una partita chiave per il Pd: se dovesse perdere sarebbe davvero difficile per Zingaretti restare alla guida del partito. Il candidato appoggiato dai dem e dai renziani è Eugenio Giani, per quella che potrebbe essere una sfida all'ultimo voto con la leghista Giovanna Ceccardi. Una riedizione di quanto accaduto in Emilia Romagna, altro feudo rosso sifdato dalla Lega, lì alla fine Bonaccini ha stravinto. Defilata la candidata M5S Irene Galletti.

Nelle Marche sempre più probabile, ma non certo, il cambio di maggioranza. Favorito il candidato di centrodestra Francesco Acquaroli (Fratelli d'Italia), che sfida Maurizio Mangialardi appoggiato da Pd e Italia Viva e il pentastellato Mario Mercorelli.

Infine la Puglia, e qui la maggioranza di governo potrebbe davvero fare harakiri. Troppo inviso sia a grilini che renziani il governatore uscente Michele Emiliano, candidato del Pd. Se la vedrà con l'ex governatore Raffaele Fitto per Fratelli d'Italia e il centrodestra unito, Ivan Scalfarotto di Italia Viva e Antonella Laricchia del Movimento 5 Stelle. Qui, come in Toscana, si preannuncia una sfida all'ultimo voto, e le divisioni tra Pd, M5S e Italia Viva poterebbero fare il gioco di Fitto.

LE CONSEGUENZE - Difficile che queste elezioni causino un terremoto politico che ci riporti alle urne in breve tempo. Siamo ancora in emergenza sanitaria, nel 2022 c'è da eleggere il nuovo presidente della Repubblica e l'attuale maggioranza ha tutto l'interesse a sceglierlo.

Ciò non toglie che un eventuale tracollo del centrosinistra, con perdita della Toscana, potrebbe avere conseguenze serie sul Pd e su Zingaretti, la cui leadership inizierebbe pericolosamente a traballare. Obiettivo minimo del centrosinistra è tenere almeno due Regioni tra Campania, Toscana e Puglia (dando per perse Marche e Liguria, oltre ovviamente al Veneto), se ne arrivassero tre sarebbe tanto di guadagnato.

Che il governo non cadrà lo ha detto anche Salvini, forse memore dei risultati in Emilia Romagna, dove nazionalizzare la campagna elettorale "per mandare a casa Conte" non ha pagato. Certo è che se il centrodestra vincesse 5-1 o 6-0 non si potrebbe far finta di nulla. E il leader leghista lo sa bene, ma sa anche che i suoi principali avversari in questa tornata elettorale sono le persone a lui più vicine. A partire da Zaia per i motivi di cui abbiamo già parlato, ma anche Giorgia Meloni. Se il leghista ha scelto la Regione più difficile da espugnare (la Toscana), la leader di Fratelli d'Italia ne ha due molto più contendibili come Marche e Puglia. Se finisse 4-2 con le riconferme di Zaia (che fa storia a sé) e Toti (di Cambiamo), le vittorie di Acquaroli e Fitto in Marche e Puglia e la sconfitta di Ceccardi in Toscana, gli equilibri del centrodestra cambierebbero a favore della leader di Fratelli d'Italia.

Insomma: si gioca una partita tra maggioranza e opposizione, poi tante partite interne al centrodestra e al centrosinistra. Con quest'ultimo che, come spesso accade, rischia di fare harakiri nelle Marche e soprattutto in Puglia, dove diversi grillini lanciano appelli al voto disgiunto per non far vincere Fitto contro Emiliano.

Due le certezze a pochi giorni dal voto: la rielezione di Zaia e l'irrilevanza dei candidati M5S che corrono da soli (ce ne sono ben cinque, solo in Liguria i pentastellati hanno stretto il patto con il Pd).

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