POLITICA

il punto di vista

Chi di piazza ferisce di piazza perisce

La manifestazione di sabato scorso in Piazza del Popolo ha mostrato un Salvini alla costante ricerca di un nemico da abbattere
tajani meloni e salvini (ansa)
Tajani, Meloni e Salvini (Ansa)

In tanti, nei giorni scorsi, hanno riportato la notizia secondo la quale la manifestazione di sabato scorso in Piazza del Popolo a Roma, organizzata dal centro-destra per esprimere la solita (dis)unità in nome del combattere “Insieme per l’Italia del lavoro”, sarebbe stata un flop. Delle circa quattromila sedie posizionate di fronte al palco moltissime sarebbero rimaste, come di fatto sono rimaste, vuote. E se, da una parte, Silvio Berlusconi, “ultimo Presidente del Consiglio eletto dal Popolo” come lui stesso ama definirsi, in un post Facebook sulla sua pagina ufficiale il 5 luglio dichiara, con la costante temperanza di sempre, di aver “visto una piazza che non si sarebbe limitata a fornire una rappresentazione plastica del dissenso del centro-destra nei confronti di questo governo” e “dalla quale sarebbe emerso un punto di vista comune” siccome “Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia”, pur essendo “partiti diversi”, sarebbero “stretti in una alleanza molto solida”, dall’altra Matteo Salvini, alla costante ricerca di un nemico da abbattere per continuare ad “esistere” e a “resistere” sul palcoscenico della politica nazionale, nel riflettere inopportunamente sui giornalisti la responsabilità per le crepe profonde esistenti all’interno del proprio fronte, non ha mancato di affermare, probabilmente anche con scarsa convinzione personale, che ogni tentativo di dividere i vari partiti facenti parte della alleanza, in realtà, avrebbe offerto solo uno stimolo a restare ancora più uniti. Che dire! Sarà pure così ma io non ci credo affatto.

E chissà che queste non finiscano per divenire per davvero le ultime proverbiali parole famose dell’oramai ex Capitano, ex Ministro dell’Interno, e, perché no, ex (quasi) auto-proclamato Leader di un centro-destra oramai dissoltosi nello sbiadito ricordo dei fasti del primo Berlusconismo inteso quale sinonimo, dapprima, di “ottimismo imprenditoriale” imperante, e di poi, con l’ingresso in politica del Cavaliere, quale sinonimo di “movimento di pensiero”, di “fenomeno sociale”, ma anche di “fenomeno di costume” che, chiaramente, non poteva, né può, in alcun modo sopravvivere al di fuori ed al di là di quella specifica ed irripetibile “Personalità” che, nel bene e nel male, per anni e anni, lo aveva incarnato cementandone il successo ideologico e culturale.

Giorgia Meloni alla manifestazone di Roma del 4 luglio 2020 (Ansa)
Giorgia Meloni alla manifestazone di Roma del 4 luglio 2020 (Ansa)

L’unica certezza, al momento, sembra essere unicamente una circostanza incontestabile sotto il profilo tipicamente fattuale eppure specificatamente idonea a riflettersi inesorabilmente anche sul profilo politico: quell’espressione morfologica dell’arida ideologia programmatica “ad excludendum alios”, inteso nel senso pieno del termine, che aveva un tempo fatto schizzare in salita l’indice di gradimento dell’esponente di punta della Lega Nord, dissonantemente divenuta poi Lega Nazionale per Salvini Premier, la Piazza per l’appunto, non solo sembra averlo tristemente tradito, ma sembra aver silenziosamente determinato la rottura, per usare una espressione di D’Annunziana memoria, di “una diga tra due acque” provocando un inaspettato, ma sempre annunciato e denunciato, rimescolamento delle sorti politiche di coalizioni e partiti di riferimento.

Quale è stato, dunque, il messaggio rimbalzato da quella Piazza di centro-destra del 4 luglio non più, sembrerebbe, centro-destra unito? Quale è di conseguenza, alla luce di quanto appena offerto alla generale riflessione, il ruolo sociale ed in qualche modo anche traslato, della Piazza, ammesso che ancora uno almeno ne abbia? La Piazza fisica, al giorno d’oggi, dominata da uno spazio virtuale illimitato e conformante, rappresenta un ambiguo e desueto retaggio storico culturale espressione delle competizioni politiche ai tempi della Prima Repubblica, quindi inidoneo a prescindere a farsi punto di ritrovo ideologico, oppure riesce ad incarnare ancora un valore “urbanistico” significativo e significante da preservare, difendere, e tutelare malgrado il declino dei grandi partiti del secolo scorso? Esiste oggi, o è esistita nel passato lontano e recente, una correlazione diretta ed immediata tra lo Stato latamente inteso, e/o la gestione della cosa pubblica, e il sentimento della Piazza? Ebbene. E’ evidente che la risposta a tutti questi interrogativi passa necessariamente attraverso il riconoscimento dell’imporsi di una esigenza di trasformazione che non tutti gli attuali attori del panorama politico italiano saranno in grado di incarnare. Intanto, perché, se è vero, come è vero, che la Piazza normalmente rappresenta, come pure ha sempre rappresentato, un luogo simbolico tendente ad esprimere il senso di aggregazione di una comunità che si riunisce attorno ai propri governanti e/o leader per trovare una sintesi concordata tra esigenze contrapposte, allora, gioco forza, si capisce che quella ennesima del 4 luglio, praticamente “organizzata” secondo i soliti schemi, fisicamente vuota di “anime” e moralmente priva di contenuti concreti nel suo essere tesa alla mera contrapposizione incalzante nei confronti non solo dell’attuale esecutivo ma anche della Magistratura in considerazione dei fatti recenti che hanno interessato la persona del Presidente Berlusconi, è servita ad esprimere unicamente, ed in negativo, nella sua funzione di esecutrice materiale di una inesorabile “legge del contrappasso”, il tramonto di un sogno politico genialmente generato da una imponente intuizione politica dello stesso Leader di Forza Italia in un epoca in cui i protagonisti alleati erano “altri”, e potevano vantare una lealtà al Progetto oggi sempre più difficile da riscontrare e da interpretare.

Quindi, perché, di conseguenza, la Piazza, sebbene non sempre con la stessa intensità, ancora oggi, tanto nella sua dimensione fisica quanto nella sua dimensione virtuale, in varie forme e modi riesce ad esprimere gli umori più profondi della società che incarna come bene ha dimostrato, nel passato recentissimo, il Movimento apolitico delle Sardine il quale, facendosi espressione concreta della volontà di una larga parte del Popolo Sovrano dormiente, ha pure saputo porsi come fattore determinante nello stroncare l’avanzata Verde in Emilia Romagna. Infine, perché, all’evidenza, sebbene forse in maniera sbiadita, continua ed esistere una strettissima correlazione tra la “voluntas” della Piazza - che “innalza”, ma allo stesso tempo “abbatte” i propri istrioni con la forza micidiale di una scure – e quella delle Istituzioni e delle rappresentanze politiche, le quali ultime, proprio dai suoi umori e/o malumori più o meno dichiaratamente manifestati, hanno potuto trarre lo spunto per compulsare la propria capacità di radicamento e di futura sopravvivenza nel territorio locale, regionale e nazionale. Insomma, ha ragione ed è illuminante Beppe Servergnini quando dice non solo che “la piazza è ecumenica”, che ha “qualcosa per tutti” e che “per capire le piazze occorre frequentarle”, ma anche quando dice, altresì, che “le piazze raccontano”, ma “bisogna lasciargli il tempo di parlare”. A noi, dunque, ad oggi, sembra non restare altro se non sapere ascoltare.

Giuseppina Di Salvatore

(avvocato - Nuoro)

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