POLITICA

il punto di vista

"La Lega vuole l'autonomia delle regioni padane: a perderci sarà la nostra amata Sardegna"

Riflessioni sulle conseguenze della riforma dell'articolo 116 della Costituzione fortemente voluto dal partito di Salvini
matteo salvini con una sostenitrici (da facebook via ansa)
Matteo Salvini con una sostenitrici (da Facebook via Ansa)

Mentre il 25 giugno ultimo scorso, nella sontuosa sede del Palazzo Viceregio di Cagliari, in occasione della celebrazione del settantesimo anniversario dell’insediamento della prima Giunta Regionale della Sardegna, alla presenza di illustri studiosi e delle massime autorità cittadine e regionali, si disquisiva di autonomia regionale sarda, delle sue difficoltà, e della attualità e/o inattualità dello stesso Statuto, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, del tutto incurante di quella spada di Damocle che pende sulla sua testa, come su quella di tutti noi, e rappresentata dalla procedura per debito eccessivo, riaffermava la ferma volontà di tener fede alle promesse elettorali a prescindere dai dictat europei.

E annunciava, pertanto, l’imminente ed innocuo riconoscimento di maggiori forme di autonomia a talune specifiche e ricche Regioni nordiste a Statuto Ordinario che dovrebbe avvenire nel corso di una riunione di tutti i ministri prevista nella settimana corrente (comunicato Ansa del 27 giugno).

Va bene, una bella fetta del suo elettorato lo pretende: ma io ho proprio l’impressione che gli sfugga (o meglio volutamente ignori) che il concreto avvio di quella procedura, ci renderà completamente succubi dell’Europa privandoci ulteriormente di quella sottile forma di esercizio della sovranità che ancora ci resta, e che quindi, di conseguenza, la questione autonomia differenziata avrà ben poco senso riducendosi ad un inutile nulla di fatto.

Che sia un ultimo e sconsiderato colpo di coda diretto a conservare ed assicurare il consenso elettorale prima dell’annuncio della fine di questo governo divenuto nei mesi sempre più verde Padania, rivisitato dai toni accesi di un finto nazionalismo, e sempre meno giallo a Cinque stelle oramai sbiadite e quasi scomparse dal firmamento politico?

Io credo proprio di sì.

IL "MANTRA" - Vero è che Salvini, in perenne modalità “campagna elettorale”, nel corso della sua esperienza di governo, ci ha abituati, ma sarebbe meglio dire assuefatti, ad espressioni suggestive, quasi dei mantra, di sicuro impatto mediatico e diretti a persuadere l’interlocutore comune.

E fin qui, direi, nulla quaestio, fa parte del suo personaggio. Ma, forse, dimentica (o finge di ignorare) che il suo ruolo istituzionale gli impone di tener conto, innanzitutto, del fatto che lo Stato ha il dovere primario di assicurare l’omogeneo godimento dei diritti nonché l’omogenea distribuzione dei doveri sull’intero territorio nazionale compensando, di conseguenza, e nel contempo, i disagi strutturali ed economici delle realtà territoriali meno fortunate.

SARDEGNA PENALIZZATA - E se così è, come nei fatti è, come fa ad affermare, come in effetti ha affermato, che l’attuazione della autonomia differenziata a tutto vantaggio di alcune specifiche regioni non avrà pesanti ripercussioni su quelle più sfortunate che presentano un pil pro capite evidentemente molto basso come ad esempio la nostra Sardegna?

Come fa a tacere sul fatto che le regioni nordiste (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) che andranno a beneficiare della speciale autonomia concessa dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, avranno la possibilità di trattenere sul loro territorio una quota maggiore di tributi e di irpef su di esso prodotti che, quindi, verrebbero meno al governo centrale e di conseguenza al resto del paese con evidenti conseguenze sul piano della parità sostanziale delle diverse realtà regionali nella qualità dei servizi garantiti?

L'ARTICOLO 116 - Credo che la risposta a questi interrogativi passi necessariamente dal capire come mai quelle specifiche regioni nordiste si siano risolte nel senso di intraprendere il percorso per il conseguimento della facoltà concessa dal nuovo articolo 116 della Costituzione.

Facoltà che renderebbe, come di fatto potrebbe rendere, in questo preciso momento storico, caratterizzato da un insanabile divario tra il nord ed il sud del paese, del tutto superflua la distinzione tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale e, quindi, la sopravvivenza stessa di queste ultime siccome le Regioni a Statuto Speciale, notoriamente, rispetto a quelle a Statuto Ordinario, godono già dell’importante privilegio fiscale, non eguale per tutte, ma giustificato dalla condizione di disagio delle medesime trovandosi in una situazione di decentramento fisico ed amministrativo, rappresentato dalla possibilità di trattenere sul loro territorio la gran parte delle imposte corrisposte dai loro abitanti.

LE CONSEGUENZE - Nello specifico, per quanto concerne la nostra amata Sardegna, non posso negare che gran parte del disagio che essa patisce è direttamente collegato non solo alla quasi totale assenza di una economia forte su cui fare affidamento, ma anche e soprattutto ad una cattiva gestione delle risorse disponibili che rendono estremamente costosi i servizi pubblici i quali, per converso, non risultano nemmeno pienamente efficienti. E per questo stato di cose non posso certo colpevolizzare le regioni virtuose del nord. Come sardi abbiamo senz’altro perso l’occasione di far sentire e far valere la nostra voce e le nostre istanze specialistiche al tempo della riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, che ha condotto anche alla riforma del suo articolo 116, restando di fatto esclusi dalla possibilità di affermare una volta per tutte le nostre ragioni autonomistiche a garanzia dei diritti del popolo sardo in quanto tale e nella sua specifica identità considerato mediante un patto stato-regione in grado di assicurare le pari opportunità rispetto al resto del paese.

Tuttavia, ciò non vale ad escludere che se il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione è stato introdotto proprio per cercare di porre un argine alle istanze secessionistiche padane, in realtà, così come concretamente attuato, sulla base di meri accordi bilaterali tra il governo e le regioni interessate, nella più totale assenza di procedure trasparenti, finisce proprio per favorirle.

MENO FINANZIAMENTI - Intanto, perché è fin troppo chiaro che, sul piano pratico, riconoscere a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna la facoltà di trattenere sul proprio territorio maggiori risorse finanziarie, si traduce inevitabilmente in una importante riduzione di finanziamenti verso le altre regioni italiane, siano esse a statuto ordinario o speciale come la nostra Sardegna, con conseguente diseguale distribuzione di ricchezza ed accrescimento del divario già esistente tra il nord ed il sud del paese. Quindi, perché, soprattutto nello stato attuale della situazione economica italiana, l’attuazione del riconoscimento della autonomia differenziata, sebbene costituzionalmente prevista, violerebbe comunque l’articolo 3 della Costituzione medesima, e con esso, pertanto, il principio di uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini italiani, siccome non si può pretendere di operare distinzioni di sorta tra i cittadini medesimi in forza della loro appartenenza all’una o all’altra realtà territoriale giacchè tutti, in proporzione, sono chiamati a pagare le imposte e dovrebbero, come di fatto devono, godere in pari misura dei servizi essenziali. Inoltre, perché, l’attuazione della autonomia differenziata, così come congetturata, condurrà all’individuazione di cittadini di serie A e cittadini di serie B perché, all’evidenza, i diritti ed i beni di cui gli stessi potranno disporre saranno necessariamente parametrati al loro reddito pro capite, sicuramente maggiore al nord ed inferiore al sud.

DUE VELOCITÀ - Infine, perché, il perfetto bilanciamento tra l’esigenza di conservazione dell’unità nazionale e l’esigenza di conseguimento di maggiori forme di autonomia regionale, sebbene rinvenga il suo presupposto nell’articolo 5 della Costituzione, non può comunque in alcun modo prescindere dal pieno rispetto e dalla efficace attuazione del principio di solidarietà che verrebbe inevitabilmente compromesso dall’applicazione del ricordato terzo comma dell’articolo 116. L’unica speranza è che, nell’impossibilità di frenare il Ministro dell’Interno, il Governo ed il Parlamento trovino la forza per tutelare il primario interesse unitario del paese, convergendo per una eventuale interpretazione costituzionalmente orientata di quell’infausto articolo 116, terzo comma in funzione di un regionalismo anche a due velocità che non comprometta le realtà regionali maggiormente in sofferenza. In caso contrario, ci toccherà assistere inermi al primo passo verso il definitivo sgretolamento dello Stato Centrale con i migliori ringraziamenti di quella antica Lega di Umberto Bossi che mai avrebbe potuto sperare in un risultato migliore.

Giuseppina Di Salvatore

(avvocato - Nuoro)

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