POLITICA

gli eclissati

Oliviero Diliberto, l'ultimo dei comunisti

I big della politica, dello spettacolo e dello sport un tempo sulla cresta dell'onda oggi spariti dalla scena: che fine hanno fatto?
oliviero diliberto (ansa)
Oliviero Diliberto (Ansa)

Immaginiamo un corpo in arresto cardiaco.

Immaginiamo un uomo che non può tollerare che quell'essere ormai spacciato si estingua per sempre. Immaginiamolo armato di defibrillatore, intento a lanciare disperate scariche elettriche per tenerlo in vita, nella vana speranza che possa rimettersi in forze, guarire, risorgere.

E immaginiamolo, infine, mentre ripete quella coraggiosa, ma illusoria, operazione non una, ma dieci, cento, mille volte, prima di prendere definitivamente consapevolezza che, oramai, è finita, finita per sempre.

Una faticaccia. È la similitudine perfetta di ciò che ha provato a fare per 22 lunghi anni Oliviero Diliberto con l'ideale comunista novecentesco, agonizzante dopo lo scioglimento del glorioso e monolitico PCI nel 1991.

Diliberto, sì. Proprio lui: l'ex ministro della Giustizia dei governi D’Alema, tra i più fieri e orgogliosi epigoni del credo marxista-leninista del Belpaese. Che fine ha fatto?

Con Massimo D'Alema (Ansa)
Con Massimo D'Alema (Ansa)

Neanche a dirlo, si è eclissato.

"La mia generazione ha fallito. Dovremmo scomparire tutti", ha sentenziato lui stesso, in una (rara) intervista al Corriere dopo le ultime elezioni del 4 marzo scorso.

E lui, fedele alla linea, a differenza di altri è davvero scomparso. Politicamente, s'intende.

Già, perché professionalmente continua a fare ciò che ha sempre fatto: insegnare Diritto romano all’università. Alla Sapienza e, per non farsi mancare nulla, pure ai cinesi.

La politica sul campo, invece, il professore cagliaritano, classe 1956, figlio di un funzionario regionale e di un'insegnante di liceo, se l’è lasciata definitivamente alle spalle da 5 anni.

E precisamente dalla debacle elettorale del 2013, quando l'alleanza tra Pdci e Rivoluzione civile, ennesimo tentativo di rilanciare la sinistra italiana, rimase neanche troppo inaspettatamente trombata dalla soglia di sbarramento.

Con Armando Cossutta (Ansa)
Con Armando Cossutta (Ansa)

La fine di una storia d’amore - quella con la politica - iniziata in gioventù a Cagliari, davanti al liceo, quando, ipse dixit, rimase folgorato da un volantino, decidendo poi di iscriversi alla Fgci.

Una militanza ultraquarantennale, portata avanti in parallelo con la brillante carriera accademica.

Poi, la caduta del Muro di Berlino e l’annuncio di Achille Occhetto: addio Partito Comunista Italiano. Una doccia fredda. Ed è lì che il giurista cagliaritano afferra il suo defibrillatore e inizia a gettare scariche in nome del Sol dell’Avvenir e della Futura umanità.

Lo fa nell'era di Silvio Berlusconi ("che noi di sinistra dovremmo odiare"), quando l'essere "comunista" smette di essere qualcosa da rivendicare orgogliosamente col doppio pugno chiuso alzato, in stile Mario Brega, divenendo invece una specie di scheletro nell'armadio di cui vergognarsi.

Diliberto invece non si vergogna affatto. Per tutti gli anni Novanta continua ad agitare la falce e il martello, sventolandone il vessillo alla Camera, deputato di Rifondazione, e anche al ministero di Grazia e Giustizia, quando, con Massimo D'Alema presidente del Consiglio, diventa il terzo Guardasigilli comunista della storia repubblicana dopo Fausto Gullo e Palmiro Togliatti.

In piazza con Paolo Ferrero (Ansa)
In piazza con Paolo Ferrero (Ansa)

E quella falce e quel martello continuerà a sventolarli negli anni successivi. Non più con Rifondazione, che lascia assieme al compagno Kossutta in polemica con la scelta di Fausto Bertinotti di affossare il governo Prodi, bensì con i Comunisti italiani, di cui nel 2000 diventa segretario.

Il tutto mentre non solo il berlusconismo imperversa, ma la stessa sinistra smette di essere estrema, per "uliveggiare" al centro.

Diliberto invece non molla. Continua a tirare scariche elettriche all'agonizzante Ideale.

Fa nascondere la scrivania di Togliatti a Palazzo Piacentini per non farla trovare al suo successore Roberto Castelli, partecipa alle manifestazioni anti-militariste, sfila in corteo tra la gente contro l'odiato Silvio, insegna gratis all'università, si reca - unico dirigente italiano dell'ex Pci - a Mosca per celebrare il 90esimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre con la sciarpa rossa al collo, propone di portare in Italia la mummia di Lenin, rinuncia alla candidatura per la Camera in Piemonte per lasciare il posto all'operaio Thyssen Krupp Ciro Argentino, aderisce alla Sinistra Arcobaleno, viaggia in seconda classe e non rinuncia al pugno chiuso alzato.

Alla Camera con Fausto Bertinotti (Ansa)
Alla Camera con Fausto Bertinotti (Ansa)

"Dì qualcosa di sinistra!", intimava Nanni Moretti a D'Alema in un celebre film. A lui non avrebbe avuto nulla da rimproverare. Il professore cagliaritano non solo dice, ma continua a comportarsi come se il 1989 fosse stato un anno come un altro.

Al punto da far dire a Roberto Gervaso: "Shoiki Yokoi rimase nella giungla di Guam per 28 anni non accettando la resa del Giappone durante la Seconda guerra mondiale. Così Diliberto si rifiuta di credere alla caduta del Muro di Berlino".

Inizierà a crederci, a prenderne atto, come detto, nel 2013, dopo la batosta alle urne.

Meglio continuare a dedicarsi solo ed esclusivamente al diritto romano. Addio piazza, addio Buvette, benvenuti convegni, meeting universitari e presentazioni di libri.

A Mosca, per le celebrazioni della Rivoluzione d'ottobre (Ansa)
A Mosca, per le celebrazioni della Rivoluzione d'ottobre (Ansa)

"Globalizzazione, governance, asimmetria", il titolo dell'ultimo evento dove le cronache giornalistiche lo hanno registrato tra i relatori, assieme al ministro Paolo Savona e Gianni Letta.

Certo, ora al potere ci sono Lega e Movimento 5 Stelle, "il peggio che ci potesse capitare".

Ma ormai il defibrillatore è stato definitivamente messo nell'armadio. Indietro, non si torna.

Spostarsi un po' al centro, magari aderendo al Pd? Giammai.

Perché "non si possono tenere insieme Gramsci, Kennedy, Luther King e Don Milani".

L'ortodossia per Diliberto è sempre stata una cosa seria. E chi nasce massimalista non può certo morire renziano.

Luigi Barnaba Frigoli

(Unioneonline)

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