CRONACA - ITALIA

1970-2020

I 50 anni della legge sul divorzio, in un Paese alle prese con una nuova stagione di diritti

Un lungo cammino dall'1 dicembre 1970, ma la strada da fare è ancora molta
manifestazione per il divorzio (foto ansa)
Manifestazione per il divorzio (foto Ansa)

Il divorzio in Italia compie mezzo secolo di vita. Sono infatti trascorsi cinquant'anni da quel primo dicembre 1970, quando il Parlamento diede il via libera alla "Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio", la legge 898, mettendo così fine ad un tabù della società italiana dove sposarsi non era scelta di vita ma scelta "a vita".

Sarebbe stato solo il primo passo di una stagione prolifica di norme pronta a scardinare ormai obsoleti privilegi patriarcali favorendo l'accesso a nuovi diritti civili.

"La legge sul divorzio - commenta Linda Laura Sabbadini, chair di W20 o "Women20", gruppo di supporto al W20 che si terrà il prossimo anno, e componente del Comitato Colao - ha aperto una grande stagione di conquista di diritti civili e non solo. Nel 1975 il nuovo diritto di famiglia con cui cade la patria potestà. Passa la parità dei coniugi nella coppia e soprattutto cade la discriminazione dei figli nati fuori dal matrimonio.

Certo rimane ancora il delitto d'onore ma anche questo crolla nel 1981. E ancora la legge sui consultori. Nel 1978 la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza; sempre nello stesso anno l'istituzione del Servizio Sanitario nazionale basato sul circuito prevenzione, cura, riabilitazione, balzo in avanti per il diritto alla salute. E ancora la Legge Basaglia. Gli anni '70 sono stati una stagione effervescente nell'avanzamento dei diritti. Una rivoluzione che non poteva più attendere e si è sviluppata anno dopo anno. Una modernizzazione culturale del Paese che ha permesso l'avanzamento della democrazia perché quando crescono i diritti, avanzano tutti, donne, figli, gli stessi uomini. Avanza la libertà di scegliere la propria vita, il proprio destino salvaguardando il coniuge più vulnerabile e i figli".

LA LEGGE - La 898, giunta ad approvazione dopo lunga gestazione e nonostante la dura opposizione dei movimenti cattolici e del partito di maggioranza di allora, la Democrazia Cristiana, è sopravvissuta raccogliendo un largo consenso (circa il 60%) al tentativo di abrogazione con il referendum del 1974: fu il primo referendum abrogativo dell'Italia repubblicana che divise il paese in due, fra favorevoli e contrari.

Con la conferma della legge Fortuna-Baslini, dal nome dei primi firmatari, si afferma poi un significativo cambio di rotta nella società: gli italiani distinguono chiaramente, per la prima volta, la sfera religiosa dalle leggi dello Stato.

BATTAGLIA PER L'UGUAGLIANZA - "Oggi - prosegue Sabbadini, esperta di studi di genere - è necessario aprire una nuova stagione dei diritti per garantire che le norme siano rispettate. Tanto è stato accelerato quel processo negli anni '70 quanto è lentissimo oggi il raggiungimento dell'uguaglianza di genere. Molti dei principi della nostra costituzione, in particolare l'art.3, che riguarda la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'uguaglianza fra i cittadini non sono applicati".

I DATI - Ma come è la situazione oggi in Italia? Secondo Eurostat, nel nostro Paese si divorzia poco. Dagli ultimi dati sui divorzi ogni mille abitanti, l’Italia è a quota 1,53, considerando una media del 2016, 2017 e 2018 e contro un valore medio Ue di 1,9. A alzare la media sono i Paesi del Nord e dell’Est, come la Lettonia, dove si arriva a un massimo di 3,1, la Lituania, con 3,07, la Danimarca, con 2,73. A seguire Estonia, a quota 2,47, Finlandia e Svezia a 2,43. Nel nostro Paese il tasso di divorzio è balzato però da 0,9 a 1,4 con l'approvazione, nel 2015, del "divorzio breve".

(Unioneonline/v.l.)

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