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Piazza Fontana fra misteri e intrighi. E una verità mai arrivata FOTO

Nel libro di Giorgio Boatti il racconto di cinque decenni di storia italiana
i funerali delle vittime della strage a milano
I funerali delle vittime della strage a Milano

Sono passati cinquant'anni da venerdì 12 dicembre 1969. Poco dopo le 16.30 il grande salone circolare della Banca Nazionale dell'Agricoltura, nella centralissima Piazza Fontana a Milano, era ancora molto affollato in quel giorno. Alle 16.37 un boato scosse il centro di Milano e ai primi soccorritori giunti nel salone della banca si presentò uno scenario agghiacciante, come non si vedeva dai tempi di guerra. Il bilancio parlò ben presto di 17 morti e circa un centinaio di feriti. Rapidamente si comprese che si era trattato di una bomba, anche perché, quasi in contemporanea, tre ordigni scoppiarono in sequenza a Roma – causando solo alcuni feriti –, mentre un'altra bomba, fortunatamente non innescata, fu ritrovata sempre in centro a Milano, ancora in una banca.

La storia di Piazza Fontana cominciò così, con un boato, sangue e morte per poi attraversare gli ultimi cinque decenni di storia italiana senza che si sia riusciti a fare completamente giustizia di quella strage. L'attentato milanese, infatti, si inserì ben presto nella cornice storica della cosiddetta "strategia della tensione", nel clima arroventato di un Paese che stava facendo i conti coi rivolgimenti del Sessantotto e nel quale molte forze guardavano con preoccupazione all'avanzata dei movimenti di sinistra e vagheggiavano soluzioni autoritarie.

In questo clima di guerra non dichiarata, che sfocerà nelle altre stragi degli anni Settanta e nel terrorismo rosso e nero degli "anni di piombo", la verità su Piazza Fontana cominciò subito ad essere avvolta da una sorta di ragnatela di misteri, depistaggi, silenzi, segreti e intrighi. La storia giudiziaria della strage è lìemblema di tutto ciò: trent'anni di processi per non giungere ad alcuna condanna definitiva. Al termine dell'ultimo processo del 2005 la Cassazione ha affermato che la strage fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, entrambi non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva per lo stesso reato nel 1987. Una tragica beffa che fa sì che Piazza Fontana sia una ferita ancora aperta come ci conferma il giornalista Giorgio Boatti, autore di uno dei più importanti libri sulla strage, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta" (Einaudi, 2019, pp. 442, anche e-book).

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#AccaddeOggi: 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana
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La notizia su L'Unione Sarda
le indagini
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Una foto d'archivio dell' esterno della Banca Nazionale dell'Agricoltura
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Un'ambulanza si fa strada tra la folla dopo l'esplosione
lo squarcio prodotto dallo scoppio
Lo squarcio prodotto dallo scoppio
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Piazza Duomo transennata dopo l'attentato
la lapide che a milano ricorda giuseppe pinelli
La lapide che a Milano ricorda Giuseppe Pinelli
giuseppe pinelli
Giuseppe Pinelli
(foto ansa)
(Foto Ansa)
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"Con Piazza Fontana ci troviamo di fronte a un paradosso. Non c'è una verità giudiziaria che inchiodi gli autori materiali della strage, cioè chi mise la bomba, anche se abbiamo un pronunciamento della Corte di Cassazione che fa il nome di Freda e Ventura come responsabili dell'attentato. Quindi sappiamo a chi addebitare la strage dal punto di vista storico ma giustizia non è stata fatta. E non è stata fatta perché molte forze sono intervenute per non punire i colpevoli".

Chi non voleva si giungesse alla verità?

"Tantissimi soggetti, non solo tra i responsabili diretti della pianificazione terroristica e tra gli autori materiali della strage. Di fronte alle contestazioni del Sessantotto e alle lotte operaie di quel periodo – non dimentichiamoci, infatti, che la bomba arrivò al termine di quello che è stato chiamato l'autunno caldo, segnato da scioperi e tensioni sociali – molti auspicavano una svolta autoritaria. Ma anche tra chi desiderava questo cambiamento c'erano mille sfumature, mille distinguo, tante rivalità che contrapponevano corpi separati dello Stato: mettevano gli Affari riservati del Ministero degli Interni contro il servizio segreto del Ministero della Difesa, i servizi del Patto Atlantico contro le strutture di guerra parallela di Gladio. C'era un universo in movimento che la mia generazione, quella che aveva vent'anni o giù di lì nel 1968 e partecipava al Sessantotto, non riusciva a cogliere".

La copertina del libro
La copertina del libro

Cosa coglievate dietro la strage?

"Eravamo abituati a vedere il mondo in bianco e nero, bene contro male, divisi nettamente tra loro. Quindi di quelle bombe coglievamo l'aspetto più evidente, cioè la volontà di fermare le forze operaie e studentesche. Se non ci fosse stata la bomba quel 12 dicembre sarebbe passato alla storia semplicemente come la data in cui venivano firmati i contratti che avevano agitato l'autunno caldo. Senza la bomba quella stagione di agitazioni si sarebbe chiusa nel perimetro di una lotta per la conquista di diritti sociali. Quella bomba cambiò tutto".

In che modo?

"Dopo l'attentato l'Italia non fu più la stessa. Ci fu la paura di prendere il treno, di andare in banca, la diffidenza per chi ci stava vicino. Il terrorismo in un momento cambiò il nostro modo di vivere, cogliendo in parte il risultato che si proponeva: spaventare".

Lei nel libro parla di perdita dell’innocenza

"Sì, perché nella storia della democrazia italiana, nonostante la durezza e, in certi casi, la violenza della lotta politica, non era mai stato pianificato in maniera così fredda un atto capace di mutare il quadro complessivo della società italiana. Non era mai accaduto che qualcuno si mettesse a tavolino a progettare quella che fu una vera e propria escalation terroristica. Ci furono attentati nella primavera del 1969, poi sui treni in agosto e quindi il culmine con le bombe di Roma e Milano del 12 dicembre. Si agì freddamente per dirottare la democrazia italiana dalla strada dei diritti che aveva intrapreso e lo si fece incuranti del prezzo da pagare in termini di vittime innocenti".

Come reagìl'Italia a quell’attacco?

"Dimostrò di avere gli anticorpi per resistere, tanto che la stagione dei diritti civili e sociali continuò negli anni Settanta. Ci fu la saggezza delle masse lavoratrici e della gente comune che partecipò in massa ai funerali per le vittime della strage e diede un segnale ben preciso a chi aveva messo le bombe. Insomma, eravamo un Paese più forte di quello che pensavano in molti. Però vennero sparsi veleni potenti che agirono da alibi a chi decise di prendere la via – una via che non ha scusanti – della lotta armata".

Cosa significa parlare di Piazza Fontana a mezzo secolo di distanza dalla strage?

"Mentre scrivevo l'introduzione del libro ho pensato che tra poco non ci saranno più testimoni che hanno vissuto quell'evento in prima persona. Non ci sarà più chi ha partecipato a quei funerali, ha vissuto sulla propria pelle l'angoscia e la paura di quel periodo. In questo senso il mio libro vuole essere una sorta di testimone da passare alle generazioni più giovani, perché non dimentichino cosa è stata quella strage e come si difende la democrazia".

Come la si difende?

"Come hanno fatto i magistrati, gli uomini delle forze dell'ordine e i semplici testimoni che agirono per fare chiarezza. Piazza Fontana ci dice che ci furono uomini dello Stato che agirono per depistare e aiutare i colpevoli, ma ce ne furono altri che ottemperarono pienamente al loro giuramento di fedeltà alla Repubblica, anche subendo conseguenze personali. Quello che accadde con la strage e negli anni successivi ci dimostra che la democrazia non è mai data una volta per tutte. Ognuno di noi deve e può fare la sua parte quando è il momento. Deve decidere da che parte stare: con la verità oppure al fianco di chi prevarica".

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