OPINIONI - BENIAMINO MORO

Beniamino Moro
L'intervento

Chi promuove lo sviluppo?

G li imprenditori, scrive Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, sono i grandi assenti nei progetti del governo per far ripartire la nostra economia. La strada prescelta da quest'ultimo «è tutta centrata sullo Stato: purtroppo è facile prevedere che essa ci porterà a tanto debito e poca crescita. Non c'è infatti crescita senza imprenditori pronti a rischiare in proprio».

Il motivo per cui ciò accade è che il nostro sviluppo si regge sulle esportazioni. Siamo «un Paese vecchio con una popolazione in decrescita, quindi con una scarsità endemica di domanda interna: per crescere dobbiamo vendere in mercati più giovani e dinamici, cioè dobbiamo esportare. E chi esporta sono soprattutto le imprese private». Certo, prosegue Giavazzi, «le infrastrutture pubbliche, in primis l'Autostrada del Sole, furono importanti per consentire lo sviluppo delle aziende italiane, ma furono uno strumento: anche quando esportavamo infrastrutture, per lo più ponti e strade, erano i privati ad andare all'estero». Negli anni 70, conclude Giavazzi, «la politica riesce a contaminare l'impresa pubblica, il cui obiettivo divenne, in primo luogo, creare posti di lavoro veri o presunti tali, un'arma molto potente per ottenere il consenso… stupisce oggi l'assenza della voce degli imprenditori».

Chissà se il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, si riconosce in questo ruolo di protagonista secondario. Tuttavia, la tesi di Giavazzi è corretta solo a metà.

L o sviluppo economico, infatti, è il frutto di un impegno efficiente e congiunto sia degli imprenditori privati, sia delle iniziative pubbliche, soprattutto nelle infrastrutture, ma non solo. La storia non si ripete mai in maniera analoga, ma ha una sua logica da cui trarre l'esperienza necessaria a promuovere i comportamenti ottimali.

Tutto parte dalla politica, compreso il clima favorevole allo sviluppo dell'imprenditoria privata. Se il pubblico funziona bene, funzionano bene le infrastrutture e gli incentivi, quindi funziona bene anche l'imprenditoria privata.

Così è successo negli anni '50 e '60, quando entrambi i settori, pubblico e privato, erano in sintonia e guidati dal principio dell'efficienza, intesa nel senso della massimizzazione degli obiettivi di sviluppo con l'impiego delle risorse allora disponibili (capitale e lavoro).

È illusorio pensare che gli imprenditori privati, anche se illuminati e lungimiranti, promuovano da soli lo sviluppo e le esportazioni, in assenza di un clima politico ed economico favorevole anche da parte del settore pubblico. Perché lo sviluppo si può promuovere e consolidare solo in un contesto di gestione pubblica efficiente, intesa nel doppio senso di efficienza degli enti pubblici, a partire da Stato, Regioni ed Enti locali, e di efficienza delle aziende pubbliche economiche, come avvenne nel caso dell'Iri, che fu un'esperienza di successo che accompagnò lo sviluppo dell'imprenditoria privata di cui parla Giavazzi.

Oggi questo doppio meccanismo di sviluppo si è inceppato proprio perché è diventato inefficiente il settore pubblico governato dalla politica. Si pensi allo sfascio della sanità regionale, interamente governata dai partiti da cui traggono la maggiore fonte di consenso e finanziamento. L'obiettivo reale della politica non è quello dichiarato dello sviluppo del Paese, ma quello più prosaico del mantenimento al potere delle singole maggioranze politiche che di volta in volta si trovano a gestire le decisioni pubbliche ai vari livelli di governo (Stato, Regioni, Enti locali).

Esiste una dissociazione tra l'interesse pubblico di lungo periodo a perseguire lo sviluppo e l'interesse politico di breve periodo dei partiti al potere a essere riconfermati alle successive elezioni, che dà luogo a clientelismo e corruzione e non consente di concepire, conciliare e perseguire disegni di sviluppo di lungo periodo. Perché nel lungo periodo le maggioranze politiche cambiano e il rischio è che i frutti di tali disegni siano colti da nuove maggioranze, diverse e magari opposte a quella che originariamente li aveva concepiti.

BENIAMINO MORO

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