E ntro domani le Camere devono approvare la Nadef (Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza) e il relativo scostamento di bilancio. Il via libera non è scontato, soprattutto al Senato dove occorre la maggioranza assoluta e il governo rischia di andare sotto a causa di numerose assenze per malattia da Covid-19.

Nella Nadef sono indicati gli andamenti più significativi delle principali variabili economiche previsti dal governo per l'anno in corso e per i prossimi tre anni, che coprono, salvo elezioni anticipate, il restante arco temporale di questa legislatura.

Le previsioni di crescita programmata, che scontano non solo gli effetti negativi del Covid-19, ma anche quelli positivi attesi dai provvedimenti di politica economica dello stesso governo, nonché quelli previsti dall'implementazione del Next Generation EU (Recovery fund), si attestano su una caduta del reddito del 9% per quest'anno e contano su una ripresa del 6% nel 2021 e, a scalare, del 3,8% nel 2022 e del 2,5% nel 2023.

Inoltre, l'effetto del Recovery fund dovrebbe tradursi innanzitutto in una forte ripresa degli investimenti pubblici, che favorirà una discesa già nel 2021 del rapporto debito/Pil al 155,6% dal valore stimato per quest'anno del 158%, e farlo finire al 151,5% nel 2023. Il rapporto deficit/Pil, invece, è stimato al 10,8% nel 2020, ma dovrebbe scendere al 7% nel 2021, al 4,7% nel 2022 e al 3% nel 2023.

A pparentemente queste cifre scontano una situazione drammatica dovuta alla pandemia in corso, dalla quale ancora non s'intravvede una possibile e definitiva via d'uscita, quanto meno a breve. Tuttavia, non vi è dubbio che esse scontino anche aspettative forse eccessivamente ottimistiche, come ha puntualizzato Federico Fubini sul Corriere della Sera. «Nel 2021 - scrive Fubini - può esserci in effetti un qualche rimbalzo automatico in confronto al 2020 - quest'anno abbiamo attraversato interi mesi di paralisi - anche se la spinta aggiuntiva del Recovery fund europeo sarà appena di qualche decimale di punto. Ma dopo il 2021 com'è possibile che l'Italia cresca in appena due anni quasi il doppio di quanto sia cresciuta negli ultimi venti? La risposta del governo è che tutto questo dovrebbe accadere grazie ad altre misure espansive, cioè facendo più deficit nel 2022 e poi persino durante una prima stretta netta di bilancio nel 2023».

Un simile impianto dell'intera manovra è fragile, conclude Fubini, perché presuppone effetti miracolistici da parte delle future manovre espansive del governo. Nel 2022, infatti, la crescita programmata dal governo è dello 0,8% superiore a quella tendenziale, mentre il deficit programmato è superiore a quello tendenziale solo dello 0,6%. «In sostanza, uno 0,6% di deficit in più produrrebbe uno 0,8% di crescita in più: ogni euro di debito in più innescherebbe 1,33 euro supplementari di espansione dell'economia. Possibile?». La risposta negativa sembrerebbe essere scontata, tenuto conto che in passato, nei nove anni che vanno dal 1999 al 2008 ci sono voluti quasi 3 euro di debito (pubblico e privato) per produrre un euro di crescita, e nel successivo periodo dal 2013 al 2020 ce ne sono voluti 2,2.

Le perplessità aumentano se il discorso si allarga dalle considerazioni tecniche a quelle più strettamente politiche. «Senza una definizione rapida e chiara dei progetti da offrire all'Europa per ottenere gli aiuti del Fondo per la ripresa - scrive Massimo Franco sempre sul Corsera -, c'è il rischio di erodere la fiducia guadagnata finora …, mentre le contorsioni interne dei Cinque Stelle sul loro destino rallentano l'esecutivo … e mentre il M5S continua a traccheggiare sull'utilizzo dei soldi europei del Mes: un aiuto che potrebbe alleviare il peso della pandemia sugli ospedali. Ma le riserve riguardano un po' tutta la strategia del governo».

Nella sostanza, un po' di ottimismo in più da parte del governo è comprensibile in questa fase, a patto tuttavia che si esca dall'immobilismo progettuale, compreso anche il potenziale utilizzo del Mes.

BENIAMINO MORO
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