OPINIONI - BENIAMINO MORO

Beniamino Moro
L'analisi

Dinamiche dello spread

L o spread tra i Btp decennali italiani e i corrispondenti Bund tedeschi viene interpretato dai mercati finanziari come un indice di rischiosità del nostro debito pubblico. Esso rappresenta il premio per il rischio, ovvero il maggiore costo in termini di interessi, che il mercato richiede per comprare Btp invece di Bund, la cui rischiosità è nulla per definizione.

La maggiore rischiosità dei Btp è da porre in relazione alla sostenibilità del debito pubblico e all'effetto che l'attività di governo esercita su di essa. Perciò, quando il Governo fa salire il rapporto debito/Pil, anche lo spread sale, ponendo in evidenza che la rischiosità dei nostri titoli è in aumento. La Commissione Ue controlla che i bilanci annuali dei Paesi aderenti all'Unione monetaria rispettino i vincoli, in termini di rapporti deficit/Pil e debito/Pil, che garantiscano la sostenibilità del debito nel medio-lungo periodo. Normalmente, quando un Paese rispetta tali vincoli, non ci sono grandi stravolgimenti nello spread; se invece il governo di un Paese dell'euro non li rispetta, o peggio minaccia di adottare politiche contrarie a quelle concordate in sede europea, il mercato lo punisce con un aumento dello spread. Ciò è esattamente quello che è successo negli ultimi due anni di governo, in negativo col Conte 1 e in positivo col Conte 2.

Già il 16 maggio 2018, con due settimane di anticipo sull'insediamento del primo governo Conte, avvenuta il primo giugno del 2018, lo spread, che sino ad allora oscillava tra i 120 e i 130 punti base, subisce un'impennata improvvisa di 30 punti base.

È ciò in corrispondenza con la pubblicazione del “contratto del cambiamento” giallo-verde sull'Huffington Post. L'impostazione antieuropea del governo giallo-verde lo fa crescere sino ad oltre 300 punti tra ottobre e novembre 2018, facendogli toccare i 326 punti il 20 novembre, alla vigilia della bocciatura di Bruxelles della “manovra del popolo”. Successivamente, ci sarà un contenimento solo dopo l'accordo tra governo e Commissione Ue raggiunto a dicembre sulla manovra finanziaria 2019, che riporta lo spread intorno ai 250 punti base, livello che si manterrà per tutta la prima metà del 2019.

La formazione del Conte 2 nel mese di agosto, con la sua dichiarata impostazione filoeuropea, lo farà scendere su valori compresi tra i 130 e i 150 punti, con un leggero aumento sino a 160 punti a fine 2019. Su base annua, un aumento dello spread di 100 punti base equivale a un aumento degli interessi che maturano sul debito pubblico di circa 6 miliardi, perciò una riduzione da 300 a 150 punti base equivale, sempre su base annua, a un risparmio di circa 9 miliardi.

Attualmente, nel confronto con i nostri partner europei già colpiti dalla crisi del 2010-2013, non ne usciamo bene. La Spagna ha chiuso il 2019 con lo spread a 90 punti e il Portogallo addirittura a 64. Noi siamo vicini alla Grecia, che ha chiuso l'anno a 164 punti, appena 4 al di sopra di noi. Ciò significa che il nostro debito pubblico è valutato dai mercati rischioso come quello greco. Invece di prendercela col termometro (lo spread), chiediamoci perché, nonostante gli indubbi miglioramenti rispetto al governo giallo-verde, siamo tuttavia ancora percepiti così inaffidabili. La risposta è sempre la stessa: perché il rapporto debito/Pil italiano ha smesso di scendere, anzi ha ripreso a salire dal 134,8% nel 2018 al 135,7 nel 2019.

In questa situazione c'è poco da sperare che lo spread scenda di molto al di sotto dei 160 punti. La diatriba con la Germania che blocca il completamento dell'unione bancaria con annessa l'assicurazione europea dei depositi bancari sta tutta qui: la Germania vorrebbe costringerci a ridurre il debito per ridurre il rischio sistemico, mentre noi, pur con tutta la nostra più buona volontà, non ci riusciamo, o meglio non riusciamo a farlo in maniera adeguata. Perché siamo prigionieri della propaganda elettorale continua che bisogna fare manovre espansive (più spesa pubblica e meno tasse), quindi più deficit e più debito in rapporto al Pil.

BENIAMINO MORO

UNIVERSITÀ DI CAGLIARI

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