OPINIONI - BENIAMINO MORO

Beniamino Moro
L'analisi

Campanello d'allarme

L a crisi della Banca Popolare di Bari (BPB) e la conseguente decisione del governo di salvarla con un intervento pubblico, sia pure camuffato da un'operazione di sistema (900 milioni di fondi pubblici andranno al Medio Credito Centrale, che sottoscriverà l'aumento di capitale di BPB in appoggio al Fondo interbancario di garanzia dei depositi, che a sua volta metterà 500 milioni), costituiscono un campanello d'allarme che segnala come il settore bancario italiano non sia ancora definitivamente uscito dalle difficoltà innescate dalla recente crisi finanziaria dei debiti sovrani. Ma non è solo in Italia che questo settore permane in sofferenza, lo è tuttora in tutta Europa.

Tutto ha inizio da una crescita eccessiva dei prestiti nei primi anni 2000, corrispondente all'allegro boom del mercato subprime negli Stati Uniti, che con la crisi finanziaria del 2007-2009 si è tradotta, in entrambe le sponde dell'Atlantico, in insolvenze dei debitori e ingenti perdite per le banche. In Europa, sono entrati in crisi per primi gli ipertrofici sistemi finanziari di Grecia, Irlanda e Spagna, seguiti da quelli di Germania, Francia e Italia.

Paradossalmente, il salvataggio dei primi tre Paesi, avvenuto attraverso il tempestivo intervento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e della Bce, ha stabilizzato anche il loro settore bancario, mentre nei tre maggiori Paesi dell'Eurozona, che non hanno fatto ricorso ad alcuna assistenza finanziaria europea, le sofferenze delle istituzioni creditizie permangono tuttora.

I n particolare, in Germania, dove il settore è composto non solo dalle grandi banche private, ma anche dalle Landesbanken pubbliche, dalle banche popolari e dalle casse di risparmio, il boom creditizio si è verificato prima dell'introduzione dell'euro, a seguito dell'unificazione, e ha provocato un deterioramento degli attivi bancari. Le Landesbanken, che sono partecipate dallo Stato gestite dalla politica locale dei Länder, hanno investito massicciamente in titoli americani, compresi quelli tossici del mercato subprime. Non a caso, con lo scoppio della crisi finanziaria, le prime banche a fallire sono state proprio quelle tedesche. La Germania è il secondo Paese europeo, dopo il Regno Unito, ad aver speso più fondi pubblici per il salvataggio del suo sistema bancario.

Di fatto, il settore creditizio europeo resta ancora suddiviso in compartimenti nazionali, dove la legislazione dei singoli Paesi diventa prevalente rispetto a quella comune affidata alla Bce. Perciò, mancando un'effettiva integrazione e condivisione dei rischi, i salvataggi bancari a spese del contribuente sono ancora la norma nei singoli Paesi, come regolarmente accade sia in Germania che in Italia. L'unione bancaria con un'assicurazione europea dei depositi è nelle aspirazioni del governo italiano, mentre la Germania, per condividere i rischi dell'unione vorrebbe prima introdurre vincoli alla concentrazione di titoli sovrani nel portafoglio delle singole banche.

Tuttavia, anche se una soluzione di compromesso su questo punto venisse trovata, con le attuali regole europee è difficile procedere alla liquidazione o alla ristrutturazione di una banca. La disciplina comune delle crisi bancarie, introdotta nel 2014-15, infatti, è carente da questo punto di vista. Il Fondo di risoluzione unico è in pratica inutilizzabile, sia per le sue dimensioni contenute, sia per le condizioni di accesso troppo rigide. Inoltre, i poteri di risoluzione europea, a differenza di quelli vigenti negli Stati Uniti, sono limitati, ragion per cui in ciascun Paese continuano ad applicarsi le regole nazionali, le cui maglie permettono che i salvataggi bancari possano ancora avvenire a spese del contribuente. Sarebbe invece necessario affrontare congiuntamente i problemi del rafforzamento della vigilanza della Bce e della ristrutturazione o liquidazione delle banche insolventi nel modo più indolore possibile, sia economicamente che socialmente, per evitare di creare rischi sistemici, ma anche di scaricare i costi sui contribuenti.

BENIAMINO MORO

UNIVERSITÀ DI CAGLIARI

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