#CARAUNIONE

La lettera del giorno: "L'immigrazione, l'indifferenza e la speranza"

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Pubblichiamo oggi la lunga riflessione di un lettore, sardo, emigrato per lavoro a Torino.

***

"Gentile redazione,

lunedì mattina mi reco, come d'abitudine, al lavoro nel centro di Torino.

A pochi passi dal bar pasticceria che sta proprio sotto il mio ufficio incontro il consueto questuante.

Lui mi fa un cenno di saluto, e io rispondo: sa che non avrà niente, e sinceramente perché nemmeno potrei permettermelo. Ho un modesto lavoro da impiegato, con una moglie e due figli a carico, e anche il singolo euro che potrei investire in un caffè per me è prezioso.

Eppure, in quella quotidianità divenuta da due anni a questa parte abitudine e fatta di reciproci e composti sguardi, è lui che ogni mattina, per primo, solleva gli occhi e cordialmente saluta. Come molti, qui nella Torino che per rapporti interpersonali non è certo la mia Sardegna, userebbero fare con un amico di vecchia data.

Il questuante non è italiano, avrà sui cinquant'anni, e a volte mi chiedo da dove venga, dove stia la notte, quale sia il suo passato, se abbia realmente bisogno d'aiuto. A volte penso che forse dovrei chiedere, offrirmi di aiutarlo. Pensieri che durano però il tempo di quei pochi secondi in cui giro la chiave nella toppa del portone: la serratura scatta, entro nel buio dell’androne, cerco l’interruttore, e come accendo la luce le mie preoccupazioni si spostano ai mille impegni che mi aspettano al lavoro.

Ieri mattina, però, all'arrivo sotto l'ufficio, la sorpresa: lui non c'è. Mi guardo in giro smarrito: sarà capitato qualcosa? Avrò sbagliato orario? Poi la serratura scatta e il portone mi si chiude alle spalle.

Questa mattina la stessa scena: lo smarrimento che mi coglie mi spinge ad entrare nel bar pasticceria per un caffè. Timidamente chiedo a baristi e avventori: tutti l'hanno visto, ma nessuno sa chi sia. 'Meglio – commenta uno – sarà finalmente tornato al suo Paese'.

Lascio il bar e torno verso il mio portone con un senso di smarrimento che mi attanaglia. Alzo lo sguardo e proprio lì, dove solitamente sta il questuante, sostano due bellissimi giovani, lui moro e lei bionda, che si stringono teneramente. Mentre giro la chiave nella toppa sento promesse d'amore bisbigliate, e un 'ma certo che ti aspetto, se cambio lavoro lo faccio per tutti e due e presto in Germania potrai raggiungermi'.

Mi fermo un momento, poi apro il portone, ma questa volta non lo chiudo: la luce entra. E il lavoro per qualche minuto può anche aspettare".

Augustino Muscas - Torino

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