Prima di prendere i voti giocavano a calcio. Alcune nei campetti dell’oratorio, altre in vere squadre, qualcuna anche a buon livello. Poi sono arrivati la vocazione, il convento, la missione. Il pallone, però, non è sparito: è rimasto lì, in un angolo della vita, ad aspettare. Fino a quando, qualche anno fa, è tornato a rotolare.

È la storia, piuttosto singolare, della Nazionale italiana di calcio delle suore, l’unica rappresentativa nazionale di religiose esistente al mondo. Ventidue donne, appartenenti a 18 congregazioni diverse, tra i 30 e i 60 anni, unite da una passione che non è mai entrata in conflitto con quella religiosa. Al contrario, è diventata un modo per uscire dai conventi, incontrare persone e raccontare la propria missione attraverso un linguaggio universale: quello del calcio. A rimetterle in campo è stato Moreno Buccianti, allenatore e fondatore della Nazionale italiana dei sacerdoti, nata nel 2005 proprio con l’idea di utilizzare il calcio per creare relazioni e sostenere iniziative solidali. La squadra delle suore era un progetto che aveva in testa da tempo. Già nel 2010 aveva fatto giocare una religiosa insieme ai sacerdoti, con la maglia sopra l’abito. Ma per vedere nascere davvero la Nazionale femminile bisognerà aspettare il 2021.

Il momento giusto arriva durante la pandemia,  quando il mister comincia a fare scouting attraverso Facebook, parrocchie, sacerdoti e passaparola. Al primo raduno, a Roma, si presentano otto religiose, oggi sono diventate 22. Non è una squadra nel senso tradizionale del termine. Le convocazioni cambiano, perché prima del calcio vengono gli impegni della congregazione, la missione, la comunità. Le giocatrici arrivano da realtà diverse e portano con sé storie altrettanto diverse. Alcune avevano smesso di giocare da decenni, altre non avevano mai abbandonato del tutto il pallone. Per tutte, però, il campo rappresenta una sorta di spazio sospeso, dove l’abito religioso non cancella la persona che c’era prima.

Tra le veterane c’è suor Silvia Carboni, asseminese, classe 1974, missionaria e tifosissima del Cagliari. Oggi si ritrova a vestire la maglia della Nazionale delle suore e a giocare persino allo Stadio Olimpico. Il passaggio dall’olimpo del calcio a quello, per usare una sua battuta, «divino» è diventato ancora più curioso quando la squadra ha incontrato Papa Francesco. Il pontefice chiese alle religiose chi fossero. «La Nazionale di calcio delle suore», fu la risposta. E lui, sorpreso: «Questa mi mancava!». Suor Silvia gli ricordò allora che, qualche anno prima, era stato proprio Francesco a invitarle a uscire dai conventi. La conclusione venne quasi naturale: loro lo avevano fatto con il pallone in mano. Dietro l’ironia c’è però un progetto preciso. Il calcio, spiega Buccianti, serve a creare aggregazione, inclusione e coesione. Le partite diventano occasioni per sostenere progetti benefici, raccogliere fondi e accendere i riflettori su temi come la violenza sulle donne, la protezione delle persone vulnerabili e l’inclusione. In Madagascar, per esempio, la Nazionale sostiene un progetto che coinvolge circa 200 bambini attraverso una scuola calcio, e negli anni sono state tante le iniziative benefiche dedicate alle donne e alle associazioni contro la violenza di genere.

Una formula che, a modo suo, ricorda altre esperienze nate ai margini del calcio tradizionale. Ci sono rappresentative come quella della Groenlandia, che giocano fuori dal sistema FIFA e devono fare i conti con una geografia che rende complicata persino la pratica del calcio. Ci sono le squadre dell’Homeless World Cup, dove il pallone diventa uno strumento per coinvolgere persone senza dimora e contrastare l’esclusione sociale. E c’è il mondo delle rappresentative legate al Vaticano, dove sacerdoti, dipendenti e altre comunità hanno utilizzato il calcio soprattutto come occasione d’incontro, più che come strada verso un trofeo.
La Nazionale delle suore appartiene alla stessa famiglia di storie: quelle in cui il risultato della partita è quasi un dettaglio rispetto a ciò che succede intorno al campo. E forse è proprio questo a renderla così particolare: non nasce per qualificarsi a un Mondiale, non ha un campionato da vincere e non cerca necessariamente le giocatrici più forti. Cerca persone disponibili a mettere insieme due pezzi della propria storia che sembravano appartenere a mondi lontani.

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