Piccole imprese e governance fragile, il credito resta illusione

12 maggio 2026 alle 16:50
Roma, 11 Mag. - Oltre il 99% delle imprese italiane è composto da micro e piccole realtà. Un dato che non racconta solo una questione di dimensioni, ma che nasconde una fragilità strutturale profonda: l'assenza quasi totale di governance, di processi codificati, di una leadership capace di rendere l'azienda leggibile agli occhi del sistema finanziario. Il risultato è che migliaia di imprenditori, ogni anno, si scontrano con un muro quando cercano accesso al credito non perché le loro idee siano deboli, ma perché le loro aziende non parlano la lingua delle banche. In un contesto geopolitico instabile, con tassi di interesse in salita e una stretta creditizia che colpisce famiglie e imprese, questa debolezza rischia di trasformarsi in una condanna.Eppure il comparto farmaceutico e nutraceutico italiano racconta anche un'altra storia. Nel 2025 l'export farmaceutico ha superato i 69 miliardi di euro, la produzione ha raggiunto i 74 miliardi e gli occupati nel settore sono 72.200. A dicembre 2025, l'indice della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici ha segnato una crescita tendenziale del 23,8%, la più alta tra tutti i comparti manifatturieri monitorati dall'Istat. Numeri che fotografano un'industria in piena espansione, ma accanto ai grandi gruppi strutturati, proliferano realtà piccole e improvvisate, soprattutto nel comparto degli integratori alimentari, dove per entrare nel mercato basta notificare un'etichetta al Ministero della Salute.È in questo scenario che si inserisce la vicenda di Maria Francesca Aceti, ingegnere e imprenditrice, che ha rilevato un'azienda farmaceutica in stato di fallimento conclamato pignoramenti attivi, conti correnti bloccati, oltre un milione di euro di debiti tra creditori chirografari ed Equitalia e l'ha trasformata in una realtà presente in 17 paesi. Una storia che oggi viene letta non più soltanto come il classico "viaggio dell'eroe", ma come un caso di studio sulla governance aziendale applicata a un contesto di crisi estrema."Sappiamo che oltre il 99% delle imprese sono piccole e micro e questo determina, oltre a un problema di dimensione, anche un problema di struttura" afferma Aceti. "Queste aziende sono imprenditore-centriche, il che vuol dire che l'imprenditore è letteralmente il collo di bottiglia: decide tutto, e questo determina difficoltà nell'accesso al credito. Mancando una struttura, manca una governance, mancano i processi: l'impresa non è leggibile e quindi non crea fiducia nel sistema bancario e nelle istituzioni."Il tema della fiducia è il perno del modello costruito da Aceti. "Quello che ho fatto è stato costruire una leadership, innanzitutto lavorando su me stessa, perché è importantissimo dare l'esempio, e poi dando fiducia" spiega l'imprenditrice. "Se mi fido di una persona che lavora con me, lei lo percepisce: sarà lei a controllare se stessa, lavorerà per un obiettivo, e non ci sarà più bisogno del controllore del controllore. Questa è oggi l'unica strategia vincente."Il modello si estende alle politiche di welfare interno, che Aceti non considera un obbligo normativo, bensì una scelta strategica per la crescita. La chiusura degli uffici alle 16:30, lo smart working gestito in autonomia dai dipendenti sulla base del buon senso, l'assicurazione sanitaria integrativa, i bonus economici in fase di strutturazione: ogni tassello concorre a costruire un ambiente in cui le persone possano crescere. "Le aziende non crescono quando crescono i numeri, ma quando crescono le persone" dice Aceti con nettezza. "Per avere persone in gamba bisogna trattarle bene. Pensiamo alla Gen Z: nessuno vuole stare in un'azienda dove ti dicono 'fai questo perché lo dico io'. Gli orari sono fondamentali: concludere alle 16:30 vuol dire permettere alle persone di andare a casa, stare con la famiglia, andare in palestra. Questo le stimola moltissimo."Sul fronte del settore nutraceutico, Aceti porta una visione critica maturata dall'interno. Socia fondatrice di Asso Integratori, conosce a fondo le vulnerabilità di un mercato in cui la soglia d'ingresso è bassissima. "Improvvisarsi azienda del nutraceutico è molto semplice, perché basta notificare un'etichetta al Ministero" osserva. "Secondo me c'è bisogno di ancora più rigore, perché poi succedono cose come quelle accadute in passato, l'integratore che provoca dei danni. È fondamentale una struttura e una governance nelle aziende del nostro settore, perché il prodotto deve essere tracciato dalla materia prima fino al prodotto finito. Noi conosciamo addirittura le politiche sociali dei nostri fornitori di materie prime."La traiettoria dell'azienda guidata da Aceti punta ora a un ulteriore salto di qualità: la trasformazione in società per azioni. Un passaggio che nella cultura italiana delle PMI resta raro e spesso vissuto con diffidenza, ma che rappresenta uno degli strumenti più efficaci per attrarre capitali. Un percorso coerente con la visione applicata fin dall'inizio: "Ho basato molto la mia strategia sulla leadership, sul coinvolgimento delle persone, sul dare fiducia e sul costruire una struttura diversa da quella della maggior parte delle piccole aziende" sintetizza Aceti.(Servizio pubbliredazionale)