Paiella racconta Pazienza, la matita che aveva visto il futuro
Andrea Pazienza come un ricordo dell’infanzia, ma soprattutto come una presenza ancora viva, capace di raccontare il nostro tempo. Max Paiella – ospite del Festival dei Tacchi a Ulassai con il suo ‘’Porta Pazienza’’ - parte dalle riviste che riempivano la sua casa: Linus, Alter Alter, Frigidaire, insieme ai fumetti francesi, alla Marvel e alla DC Comics. Un universo di segni e storie che ha formato la sua sensibilità artistica.
«Non so se mi abbia condizionato, ma sicuramente mi ha ispirato», racconta l’attore, cantante e imitatore. Il legame con Pazienza è diventato più profondo anche attraverso la conoscenza della sorella dell’artista e un soggiorno nella casa di famiglia a San Menaio, nel Gargano. Da lì è nata l’esigenza di portare sul palcoscenico quel mondo.
Lo spettacolo, però, non è un biopic tradizionale. Non segue date e avvenimenti in ordine cronologico, ma attraversa i personaggi e le intuizioni di un autore che, in appena un decennio, ha segnato profondamente il fumetto italiano.
Nato nel 1956, formatosi artisticamente tra Pescara e Bologna, Pazienza irrompe sulla scena culturale alla fine degli anni Settanta. Sulle pagine di Alter Alter, Cannibale, Il Male e Frigidaire crea figure destinate a diventare simboli di una generazione: Pentothal, Zanardi, Pompeo.
Paiella parte proprio da Zanardi, il liceale cinico e violento che considera una sorta di prototipo del bullo contemporaneo. «Di Zanardi ne avevo tanti sotto casa e uno anche in classe», ricorda. Allora, però, i bulli restavano ai margini. Oggi, osserva, alcuni di loro sembrano aver conquistato posizioni di potere e ruoli di primo piano nel mondo.
C’è dunque qualcosa di profetico nella matita di Pazienza. Ma se fosse ancora qui, secondo Paiella, forse non disegnerebbe direttamente i protagonisti dell’attualità. Creerebbe piuttosto personaggi e mondi surreali, capaci di fare satira senza pronunciare nomi, per evitare persino di regalare pubblicità ai potenti.
Pentothal e Pompeo, con la loro fuga nella dimensione del sogno e il loro ripiegamento interiore, sembrano anticipare anche lo smarrimento dei giovani di oggi. Perché, quando la realtà supera la fantasia, il rifugio nell’immaginazione può diventare una forma di resistenza.
Paiella racconta tutto questo con le parole, l’ironia e soprattutto la musica. «Cerco di parlare poco e di cantare tanto», dice. Un omaggio personale e affettuoso a un artista scomparso nel 1988, a soli 32 anni, ma ancora capace di leggere il presente.
