Il lutto.

Zanardi, in migliaia per l’ultimo saluto 

I funerali a Padova, don Pozza: «La morte si è presa il corpo, non l’anima» 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Padova. Nella basilica di Santa Giustina a Padova ieri almeno duemila persone, e gli altrettanti mondi che hanno riempito la vita di Alex Zanardi, hanno sfidato la pioggia in Prato della Valle, per l’ultimo saluto al campione paralimpico.

Dal sagrato, alle 11, si diffonde il primo applauso quando arriva la bara. Poi in chiesa sfila una processione aperta dagli atleti di Obiettivo3 e chiusa dai familiari, fino all’altare sotto cui è stata posata la handbike normalmente custodita al Museo della Medicina.

Tutti presenti

La lista dei presenti al funerale racconta tanto delle mille traiettorie che una singola vita può attraversare in meno di sessant’anni. Rappresentanti del primo amore, l’automobilismo, leggende dello sport paralimpico, tra cui una commossa Bebe Vio e i presidenti del Cip di ieri e di oggi, oltre all’ex presidente del Coni Giovanni Malagò. Le istituzioni, a partire dal ministro dello Sport Andrea Abodi, il presidente del Veneto, quello del Consiglio regionale e il sindaco di Padova, in rappresentanza delle terre in cui Zanardi ha messo famiglia e vissuto da adulto. E Bologna, col sindaco Matteo Lepore e il primo cittadino di Castel Maggiore oltre alla leggenda dello sci Alberto Tomba, a cui si aggiunge il collega ampezzano Kristian Ghedina. E poi parenti, amici d’infanzia, persone a cui Zanardi ha raccontato che ci si può sempre rialzare.

«Un combattente»

Julio Gonzalez era un attaccante del Vicenza, a 24 anni un incidente gli portò via un braccio e la carriera: «Zanardi venne a trovarmi in ospedale, mi diede una carica pazzesca». In chiesa risuonano le parole della prima lettera di Paolo ai Corinzi, «mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno». Il Nuovo Testamento che si fa sport: «Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato». La cognata Barbara lo chiama «combattente» e gli dedica una canzone di Fiorella Mannoia. Poi, a chiudere, Roberto Vecchioni e Francesco Guccini con «Ti insegnerò a volare», una biografia del pilota.

Il prete amico

Celebra la messa don Marco Pozza, parroco del carcere Due Palazzi, che nel 2020 dopo l’incidente gli fece avere un messaggio di papa Francesco e che per raccontare l’amico Alex parte da una serata in autogrill, quando il campione raccontò a due carcerati la sua regola dei cinque secondi «negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro». A rimanere beffata «sorellaccia morte», che «pensava di averlo vinto» dopo che lui le era sfuggito nel 2021 al Lausitzring e nel 2020 a Pienza. E invece «si è presa il corpo, ma l’anima le è sfuggita», perché è andata a infilarsi nelle storie «dei ragazzi di Obiettivo3», l’associazione fondata per supportare gli atleti disabili, gli stessi in prima fila durante tutta la funzione e gli unici a prendere la parola nelle orazioni finali, a parte la cognata Barbara e il figlio Niccolò. Si può raccontare il senso di un’esistenza citando anche Pietro Mennea e la capacità di far fruttare i propri talenti. Perché avere un talento non basta, bisogna farlo fruttare per inventarsi un sorpasso come quello al Cavatappi di Laguna Seca che Ayrton Senna aveva ragione, che «non esiste nessuna curva dove non si possa superare». E ora che l’ultima curva è alle spalle, assicura don Pozza, se ad Alex per una volta dovessero mancare le parole, ci penserà Dio a rompere il ghiaccio, citando la sua autobiografia: «Però, Zanardi da Castel Maggiore!».

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi

COMMENTI