C’è un piccolo ponte invisibile che arriva in Africa e parte dalle stradine strette e multietniche della Marina. Da via Principe Amedeo, per l’esattezza. Quartier generale di un gruppo di volontari sardi riuniti da un ambiziosissimo e nobile obiettivo: alleviare la povertà. Niente filosofia, concretezza semmai.
Come l’ultima grande impresa: far arrivare l’acqua potabile in un piccolo villaggio del Senegal. In questo angolino di mondo fatto di terra battuta e poco altro, hanno realizzato un pozzo; che significa portare vita in una terra dove pure i diritti finiscono per trasformarsi in privilegi. Anche i bagni nella scuola elementare: non esistono. «È il nostro nuovo traguardo da raggiungere. Significherebbe tanto per i bambini e la comunità del posto», spiega Rosaria Cadelano, presidente dell’Alpo ed ex docente di spagnolo dell’Università di Cagliari, che di rientro dalla recente trasferta si è rimessa subito all'opera.
Festa grande
C'era tutta la comunità di Gadiack ad accogliere Rosaria e altre due volontarie dell’associazione partite da Cagliari. Le donne vestite con gli abiti dei giorni speciali, i fiori sui tavolini e il capo villaggio che ha fatto il porta a porta per invitare tutti all’inaugurazione del pozzo costato 17mila euro: «Frutto in gran parte dei fondi raccolti attraverso le tante iniziative che organizziamo e della straordinaria generosità di cagliaritani che hanno deciso di sostenerci e di aiutarci a rendere il modo più equo e almeno un pochino migliore», spiega Rosaria, con l’orgoglio di chi sa di essere sulla buona strada. Perché il pozzo, costruito con la cooperazione degli abitanti del posto, è diventato un punto di riferimento per circa 55mila persone, che prima si abbeveravano con l’acqua salata. Venti metri di profondità e due di diametro, due pannelli solari per l’estrazione e pompa sommersa alimentata energia solare, oltre all'impianto fotovoltaico che ne assicura l’autonomia e continuità anche nei periodi più caldi dell’anno: simbolo dell'impegno attivo e tangibile di Alpo.
Pesci e olive
Il pozzo è in realtà soltanto l’ultima delle sfide vinte dall'associazione nata nel 2012 e da allora impegnata nella cooperazione e nella promozione di progetti di sviluppo sostenibile nei Paesi del Sud del mondo. Portati avanti da uomini e donne di buon cuore che hanno toccato con mano le realtà locali e deciso di dare una possibilità di riscatto a chi è nato nella parte “sbagliata”. È capitato in Tunisia e in Congo, dove Andrea Cadelano, fratello di Rosaria e componente dell’associazione, ha deciso di insegnare agli agricoltori del deserto ad allevare pesci, introducendo nelle politiche agricole locali l’acquacoltura. Oppure in Marocco, dove si sta lavorando per rilanciare l’olivicoltura in terre finite per divenire culla della cocaina.
La sfida
Nel curriculum dell’Alpo ci sono tante altre opere di bene disseminate in Kosovo e Albania. Si occupano anche di circa 40 bambini congolesi e del Rwanda, attraverso il programma di sostegno a distanza, e ora - dopo il pozzo - hanno deciso di regalare ai poco meno di 300 studenti della scuola elementare di Gadiack divisi in cinque classi i servizi igienici. «Ci occorrono 5mila euro, per dare loro dignità e garantire condizioni igieniche accettabili», osserva Rosaria. Un nuovo passo lungo quel ponte invisibile che collega la Sardegna all'Africa, tirato su da chi ha deciso di fare dell’altruismo uno stile di vita.
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