La storia.

Tra le 140 vittime 26 sardi Quella notte drammatica davanti al porto di Livorno 

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È stata la più grande tragedia della marineria civile italiana del dopoguerra. Si consumò nella notte del 10 aprile nel porto di Livorno con un incendio che avvolse il traghetto e provocò la morte di 140 persone tra equipaggio e passeggeri. Tra loro 26 sardi, compreso il comandante Ugo Chessa. L’unico superstite fu il giovane mozzo napoletano Alessio Bertrandt.

Il Moby Prince era partito da Livorno ed era diretto a Olbia. A bordo molti sardi che rientravano nell’Isola per lavoro o motivi familiari. Pochi minuti dopo la partenza, il traghetto entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata nella rada davanti al porto. L’urto fu devastante. La prua del traghetto squarciò una delle cisterne della nave, provocando la fuoriuscita di greggio causando un incendio violentissimo che in pochi istanti avvolse l’imbarcazione. Da quel momento, per chi si trovava a bordo, iniziò un inferno. Le fiamme, il fumo denso, il calore insopportabile trasformarono il Moby Prince in una trappola. Molti morirono soffocati, altri cercarono riparo nei saloni interni, nell’attesa di soccorsi che non arrivarono in tempo. È questo uno degli aspetti più drammatici dell’intera vicenda: non solo la collisione, ma la gestione dei soccorsi, rivelatasi fin da subito confusa, tardiva e tragicamente inadeguata.

Nelle prime fasi dell’emergenza, infatti, l’attenzione si concentrò soprattutto sulla petroliera. Si pensò che il traghetto si fosse allontanato, che non vi fosse più nessuno da salvare, che l’incendio avesse già consumato tutto in pochi minuti. Col passare degli anni, però, inchieste, perizie e commissioni parlamentari hanno restituito un quadro molto più complesso. È emerso che diverse persone sul Moby Prince potrebbero essere rimaste vive per un tempo ben più lungo di quanto si ritenne inizialmente, in attesa di un aiuto mai arrivato. Un elemento che rende questa tragedia ancora più insopportabile per i familiari delle vittime. A trentacinque anni di distanza, per la Sardegna resta una ferita mai rimarginata.

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