il conflitto

Carburanti, incubo rincari Diesel sopra i 2,40 euro 

Prezzi alle stelle, soltanto nel 2022 erano stati così alti Consumi in calo nell’Isola: «Meno 10% dall’avvio della guerra» 

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Un litro di gasolio? Anche oltre 2,40 euro al litro. Il prezzo del carburante continua a correre senza sosta, con la Sardegna che non fa eccezione. Ieri, il prezzo medio regionale era fissato a 2,178 euro per il diesel e 1,791 per la benzina (entrambi in modalità self): listini alle stelle, con ripercussioni su tutti i fronti.

L’Isola non è nemmeno fra le regioni più care d’Italia, stando al bollettino: è 13ª nel gasolio e 10ª nella benzina (in entrambe “comanda” la provincia autonoma di Bolzano, rispettivamente a 2,209 e 1,824). Ma non può essere certo un risultato confortante, perché i prezzi sono comunque altissimi e fare un pieno ormai è una spesa notevole.

L’impennata

Il taglio delle accise, prorogato fino al 1° maggio, e le speranze di buone notizie dal Medio Oriente ormai contano poco: un’inversione di tendenza non c’è. Quando c’è un calo si tratta solo di una minima flessione, che riporta i prezzi alle soglie di qualche giorno prima. Per esempio, ieri in Sardegna una bassissima discesa c’è stata, ma semplicemente riportando i valori a quelli di mercoledì (che registrava sempre 2,178 per il gasolio ma poco meno per la benzina, 1,789).

Soltanto in occasione dell’avvio della guerra fra Russia e Ucraina si erano visti prezzi così alti. Un record storico tutt’altro che invidiabile, che ha travolto la Sardegna così come tutto il resto d’Italia. E che non accenna a fermarsi.

La speculazione

I prezzi medi regionali sono basati sul self. Per il servito, vanno aggiunti anche oltre 20 centesimi al litro (in certi casi sfondando quota 2,40). «I consumatori piangono e noi con loro, ma non è colpa nostra: il prezzo ci viene imposto dalle compagnie», precisa Gabriella Ruggiu, presidente Fiab Sardegna Confesercenti. «Non posso mettere mano alle colonnine, nemmeno se volessi regalare la benzina. E il servito è inattuabile, perché non sono soldi che vanno al gestore ma che si tiene la compagnia».

Lamentarsi al distributore serve a poco, perché i singoli benzinai non hanno il potere di cambiare qualcosa. «Stiamo sperando pure noi, non è solo un problema per i consumatori», aggiunge Ruggiu. «Abbiamo un guadagno bassissimo: circa 2 centesimi al litro, 3 o 4 per i più fortunati. Ci sono colleghi che non hanno nemmeno i soldi per comprare il prodotto, col carburante così alto le transazioni costano tantissimo».

In difficoltà

Vedere file chilometriche per fare benzina non è affatto scontato. Spesso, gli utenti vanno al distributore solo per controllare il prezzo, poi confrontano e scelgono il meno caro (dire “conveniente” non si può più). «Le vendite sono scese del 10-15% dall’inizio degli aumenti», certifica Enrico Melis, gestore della stazione di servizio Q8 in via Riva Villasanta a Pirri. «Non ci sono altre soluzioni dal calo dei prezzi, ma non dipende da noi».

L’andamento è piuttosto netto. «Chi sceglie il servito sa che lo paga di più, gli utenti non si lamentano di questo ma degli aumenti senza sosta. Soprattutto del gasolio», prosegue Melis. «Il nostro guadagno è in base ai litri, la situazione non è facile. Se un cliente fa 20 euro di benzina e ha 20 litri, guadagno di più che se ne riceve 10 allo stesso prezzo».

Gli scenari

L’orizzonte, purtroppo, non sembra troppo positivo. «Il prezzo dipende dalle compagnie petrolifere: i padroni sono loro», l’attacco di Giuseppe Balia, presidente dell’Angac (Associazione nazionale benzinai autonomi carburanti). «C’è una speculazione enorme: il prodotto non è comprato giorno dopo giorno, c’è da mesi. I prezzi partono da Amsterdam, ma sono gestiti dalle compagnie petrolifere che li definiscono come vogliono: il Governo dovrebbe imporre il prezzo unico in tutta Italia».

La soluzione, secondo Balia, è lontana: «Se finisce la guerra il prezzo del petrolio scenderà per forza, perché non è più sostenibile e il costo del carburante causa aumenti su tutto. I gestori ci hanno già rimesso molto, pur non potendo fare niente: non c’è più guadagno su nulla, siamo sotto “caporalato petrolifero”».

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