I conti.

Accise, il ministro frena: «Il taglio costa 1 miliardo al mese» 

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A fine aprile il governo italiano dovrà decidere se prorogare o meno il taglio delle accise su benzina e gasolio, una misura che attualmente costa circa un miliardo di euro al mese alle casse pubbliche. La decisione dipenderà dall’andamento dei prezzi dei carburanti e delle quotazioni del petrolio, in un contesto ancora influenzato dalle tensioni geopolitiche e dalla tregua in Iran, che nelle ultime settimane ha contribuito a un temporaneo calo del greggio sotto la soglia dei 100 dollari al barile e a una lieve riduzione dei prezzi alla pompa in Italia.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha chiarito che un’eventuale proroga non potrà essere finanziata in deficit, perché ciò comporterebbe un aumento del debito pubblico, con conseguenze sui tassi di interesse e sulla credibilità finanziaria del Paese. Secondo il governo rinviare la misura “a debito” finirebbe per costare complessivamente di più ai cittadini. L’esecutivo valuterà la situazione tra il 28 e il 29 aprile, quando sarà più chiaro se i prezzi resteranno elevati o se proseguirà la fase di raffreddamento del mercato.

Parallelamente, il governo richiama anche la necessità di contenere eventuali dinamiche speculative sui prezzi dei carburanti, dopo gli avvertimenti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro delle Imprese Adolfo Urso ai distributori. Sul piano europeo, tuttavia, la posizione resta restrittiva: la Commissione Ue, attraverso il commissario Valdis Dombrovskis, ha escluso al momento la possibilità di sospendere il Patto di stabilità, ricordando che tale misura è prevista solo in caso di grave recessione, condizione che non si applica all’attuale fase.

Le dinamiche geopolitiche e la sicurezza delle rotte energetiche restano determinanti per l’equilibrio delle forniture e per la stabilità dei prezzi nei prossimi mesi. Il quadro resta incerto e fortemente legato all’evoluzione del contesto internazionale, in particolare alla stabilità degli approvvigionamenti energetici globali e alla riapertura dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, considerato un punto nevralgico per il commercio mondiale del petrolio.

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