Regione

Todde-Pd, tregua per il referendum 

Tensioni congelate durante le tre settimane di campagna per il 22 e 23 marzo 

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I sorrisi, gli abbracci e la condivisione del palco in piazza Palazzo non cambiano la sostanza. Il Pd è scontento e ad Alessandra Todde chiede un cambio di passo e una verifica dopo due anni di legislatura. È vero, le segreterie romane spingono per evitare la rottura. Ma questa non è una notizia: sarebbe strano se non lo facessero perché, a poco più di un anno dalle elezioni politiche, il centrosinistra non vuole certo perdere il controllo di una delle Regioni che governa. E comunque a nessuno conviene mandare tutto all’aria. Lo stesso segretario Dem Silvio Lai ha precisato in direzione regionale del partito che «noi non stiamo provocando alcuna crisi, sarebbe da irresponsabili, il giorno che dovessimo decidere di aprire una crisi lo dichiareremo apertamente». Ma allora cosa succederà concretamente da qui in poi? In teoria, la governatrice potrebbe non far tesoro di nessuno dei “consigli” Dem e la legislatura andrebbe avanti fino a scadenza naturale. Ma al prezzo di una possibile mancata ricandidatura alla presidenza della Regione.

Nel breve periodo

Nel brevissimo periodo, intanto, ci sarà una tregua fino al referendum del 22 e del 23 marzo. I tre assessori del Pd – Giuseppe Meloni, Rosanna Laconi ed Emanuele Cani – ritorneranno a partecipare alle sedute di Giunta («anche perché ci sono scadenze da rispettare», fa notare un esponente di maggioranza), e nel frattempo si lavorerà per ricucire gli strappi. «Manca poco alla consultazione», ha ricordato sempre il segretario del Pd, «sentiamo la responsabilità di dare un contributo sardo alla vittoria del no che può cambiare il clima nel Paese. Questo per noi viene prima di tutto, e per queste ragioni nelle prossime tre settimane serve una tregua referendaria». Ovviamente si continuerà a trattare, «ad avviare il tagliando sulle politiche regionali», potranno già essere concordati «gli obiettivi e il metodo di lavoro da seguire nei prossimi tre anni», mentre si lavorerà per «rendere omogenee (dove la coalizione non è omogenea) le forme della coalizione nei centri che andranno al voto nel 2026 e nel 2027». In queste tre settimane il Pd avvierà anche l’annunciata «campagna di ascolto tra i cittadini, soprattutto sulle emergenze della sanità, perché non intendiamo consegnare la Sardegna all’instabilità e alla paralisi».

Attesa per la sentenza

Per arrivare a «un chiarimento vero» bisogna incontrarsi. In questo periodo la maggior parte dei vertici sono bilaterali, ma Alessandra Todde – chiamata a fare sintesi anche dal leader del suo partito, Giuseppe Conte – non potrà fare a meno di riunire tutte le forze della coalizione dentro una stanza per chiarire una volta per tutte come si intende procedere. C’è un’altra variabile importantissima di cui tener conto: la decisione dei giudici della Corte d’Appello sul caso decadenza, attesa entro trenta giorni ma in arrivo, probabilmente, molto prima. Chiaramente una sentenza favorevole rafforzerebbe di molto la posizione della presidente della Regione.

Il centrodestra

Il centrodestra osserva. Di «crisi irreversibile nel Campo largo» parla il deputato e segretario regionale di Forza Italia Pietro Pittalis (Forza Italia): «Quando si parla di verifica e di cambio di passo dopo due anni di legislatura, si sta di fatto certificando il fallimento dell’azione di governo e della coalizione. Il Pd non chiede semplicemente un confronto: chiede una rivoluzione nel metodo, nei contenuti e, tra le righe, negli assetti di Giunta. È la dimostrazione plastica di una maggioranza che non si fida più della propria guida». Ma il nodo vero – prosegue l’azzurro – «è che dietro le formule diplomatiche si nasconde una battaglia tutta interna per il controllo delle leve di potere, a partire dalla sanità. Il cosiddetto “poltronificio” sanitario è diventato terreno di scontro perché la gestione delle nomine appare sempre più a senso unico. La presidente Todde sta utilizzando le leve della sanità con una professionalità che nulla ha a che vedere con l’interesse dei cittadini e molto con l’equilibrio politico interno alla sua parte. È evidente che questa gestione ha alimentato tensioni e frustrazioni dentro la stessa maggioranza».

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